When did you get so LA?

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One down, 23 to go. Ebbene si, è passato un mese esatto dall’ultima sera in Italia così piena di aspettative e paure e malinconie. E in un mese sono cambiate molte cose ma non è cambiato nulla. In un mese ho realizzato che non è quello che lasci, ma quello che ti porti dietro, che conta. E che si può sopravvivere sette settimane con due paia di jeans e due di scarpe, anche se non è divertente per niente. Ho imparato che esiste l’ora dei ricordi, tra le sei e le sette di sera, in cui chi ami ed è lontano ti manca come l’aria, ma ho imparato che poi passa, se fai abbastanza gattini. Ho imparato a non preoccuparmi (troppo) per cosa sarà domani perché, come dice il buon vecchio Vasco, domani arriverà lo stesso. E che se non hai voglia di fare qualcosa, devi farla e basta, senza stare a girarci attorno, perché questo vuol dire essere adulti. Ho imparato a tirarmi fuori dai guai contando solo su me stessa ed a prendere decisioni senza consultare il gran consiglio, a guardare le cose come se le vedessi per la prima volta ed a fregarmene del giudizio degli altri. Più o meno.

Poi ho anche imparato cose utili, tipo che esiste un “codice d’onore del carrello” al supermercato, visto che qui sono grandi come dei transatlantici ed il mio, spesso, ha anche la macchinina giocattolo del Sauro attaccata, che consiste nel non intralciare mai minimamente alcuna corsia nè spazio comune e nel chiedere costantemente scusa se si passa a 20 cm dal carrello vicino. Roba che può esistere solo qui dove gli spazi sono immensi, che voglio vederti il sabato pomeriggio all’Esselunga a Milano, dove i carrelli funzionano come autoscontri. Io però mi rifiuto di sottostare a tale legge, quindi mollo il transatlantico a quattro ruote, col Sauro a bordo, dove capita, per correre a prendere le uova sotto lo sguardo severo delle altre madri. Ho imparato che alle partite di baseball si va per mangiare nachos col formaggio e bere birra annacquata a 8 dollari, piuttosto che per vedere la partita, che Detroit sarà anche pericolosa ma è architettonicamente stupenda, e ci sono più concerti in un mese al Fox Theatre che a Torino in un anno. Che la primavera non esiste e si passa dal piumino agli infradito nel giro di 48 ore e che tutti odiano i procioni. Che la signora delle pulizie non pulisce i vetri, per i quali devi chiamare una ditta specializzata e che nel weekend gli imbustatori della spesa al supermercato sono gli studentelli bonelli. Che la manicure con scelta tra tre mila smalti Opi costa 12 dollari, che è cosa buona e giusta e che, visti i prezzi, avrò gambe pelose ma mani impeccabili. Che non mi lamenterò mai più delle telefonate commerciali italiane, perchè qui sono davvero tante, considerato anche che abbiamo un numero di telefono da una settimana. Che al supermercato si può comprare il succo di frutta congelato e che il 99% degli smoothies per bambini ha gli spinaci, insieme alla frutta.

Questo sarà il weekend del Memorial Day, dove si onora la patria, la bandiera ed i veterani (come in tutte le altre feste americane) ovvero un’altra scusa per venderti qualsiasi colorata a stelle e strisce. Dalla birra ai biscotti, tutti patriottici. Noi andiamo alle Cascate del Niagara, dalla parte Canadese, ma credo che si festeggerà lo stesso. Fin qui tutto bene.

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