The word predicts the future and tells the truth about the past.

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Poco prima di partire dall’Italia leggevo il libro di Severgnini sull’America e raccontava di questo quattro luglio bollente a Washington. Forse da lì mi è venuta la voglia di andarci, o forse per il fatto che ci fosse un’ora di volo, da qui, e tariffe abbastanza low cost (il vero lowcost alla Ryan Air da Detroit ce lo si scorda). Passare l’Indipendence day nella capitale americana è stato favoloso. Abbiamo visto la parata, dove sfila chiunque, con qualsiasi mezzo di locomozione, dai trampoli ai tricicli, ai carri armati non ho ben capito collegati da cosa. Abbiamo visitato il Lincoln Memorial, mio sogno di bambina e i musei dello Smithsonian. Abbiamo visto la Casa Bianca, che dal vivo è tanto più piccina di come me la immaginassi, per il famoso effetto Mona Lisa e abbiamo camminato per Georgetown, uno dei posti più favolosi che abbia mai visitato, una Londra col buon clima ed un buon odore, una NY piccola, una San Francisco senza la nebbia e una Parigi senza i francesi, tutto in un miglio quadrato, che sfocia sul fiume Potomac con annessa baia e localini. Poi abbiamo guardato i fuochi del 4 luglio, tra migliaia di altre persone accaldate e vestite di bianco, rosso e blu. Gli americani hanno una passione per i fuochi d’artificio, li fanno sempre, appena possono, e si entusiasmano tantissimo. Ad ogni esplosione senti un coro di Uhh ohh ahh come se attorno a te ci fossero tanti bambini e invece ti guardi intorno ed è un cinquantenne attempato e sovrappeso, che si stupisce per poco.

Per il resto, avrei dovuto dare più credito a Severgnini. Luglio a Washington è come vivere in una fornace perenne. Ho avuto così caldo sono in Egitto e a Las Vegas, ma in entrambi i casi era caldo secco, non l’umido appiccicaticcio della Capiol City. E la sera si respirava, mentre lì, alle 10,30 di sera c’erano ancora 35 gradi. Abbiamo dovuto dosare bene le visite, i taxi, le pause e i bagni in piscina. E anche le magliette visto che erano fradice dopo mezz’ora all’aperto. Non so per quale miracolo il Sauro non si sia preso una bronchite, un’otite o un’altra di quelle amene cose che finiscono in ite, a passare dai 40 gradi fuori ai 15 dei corridoi dell’albergo, con i capelli bagnati, e me che smadonnavo abbondantemente sulla mania americana dell’aria da polo nord. Un aereo, US Airways, proprio come il nostro è persino rimasto incollato all’asfalto sciolto, tanto era il caldo. Un’ondata come non succedeva da 80 anni, diceva il giornale. Una fortuna proprio.

Il nostro aereo invece è decollato, con un Sauro sovraeccitato che ha rimbalzato sul sedile per un’ora di volo ed uno spettacolo di migliaia di fuochi d’artificio, in tutto il Michigan, ad accoglierci all’atterraggio. E il prossimo volo sarà quello per l’italia. Non vedo l’ora.

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