Now as you close your eyes know I’ll be thinking about you.

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Non ho molti vizi da stress, mai avuti. Non fumo, non mangio caramelle, non bevo caffè, non mi arriccio i capelli col dito ma mi mangiavo le unghie. Sono stata un’onicofaga convinta per anni ed anni ed era il mio modo per combattere lo stress e mi sentivo tra l’altro assai giustificata nel farlo. Eran le mie unghie, le mie mani e credevo mi dessero quell’aria punk rock della Courtney Love dei tempi d’oro. In effetti ci avevo anche provato, con poca convinzione, a volte, a smettere di farlo, con scarsissimi risultati. Il punto più alto della mia carriera fu prima di sposarmi, riuscii ad arrivare all’altare con unghie non mangiate da due settimane, ma durante il primo volo del viaggio di nozze, quello per Caracas, all’altezza più o meno di Bilbao m’ero già fatta sanguinare tutte e dieci le dita, mangiando pure lo smalto matrimoniale… cosa che col senno di poi avevo ben d’onde di fare tra l’altro, visto il disastro che fu la mia luna di miele, ma questa è un’altra storia.

Poi d’improvviso iniziai a vedere ovunque smalti meravigliosi, opachi, glitterati, fluorescenti che se applicati sulle mie unghie tremende facevano un effetto orrendo e tra l’altro, costando anche due lire, mi dispiaceva pure vederli così sprecati. Quindi dove non riuscirono anni di scarsa forza di volontà, rimedi caserecci e smalti amarognoli anti-mozzicata, riuscì il Periòd di Chanel, precursore di tutti gli smalti cangianti. A poco a poco, un po’ con l’escamotage delle unghie colorate con tanta fatica (mettete base coat + 2 mani di smalto + top coat su ogni dito e vedete se avete ancora voglia di rovinare l’opera alla fine) e un po’ perchè mi disabituai a farlo (c’è anche da dire che non ho molto da essere stressata allo stato attuale della mia vita) smisi di mangiarmi le unghie.

Lo stato della mia manicure era ancora pietoso, causa la mia scarsa esperienza, poca pazienza e capacità del Sauro di svegliarsi sempre nel momento esatto in cui avevo finito l’ultimo dito e avrei dovuto farle asciugare in tranquillità senza cercare di prendere un ciuccio incastrato sotto un orso di pezza, sotto la sua gamba sinistra, senza toccare nulla con le unghie.
Manicure e pedicure fatte da altri, in Italia, erano eventi eccezionali, lussi concessi solo in occasioni speciali come appunto il matrimonio, o il taglio cesareo (ebbene sì, siete mai state tanto fotografate come all’ospedale con l’occhiaia, le tette in bella mostra e un criceto in braccio? Almeno che mani e piedi fossero decenti.)

Qui invece è uso comune, per me. Sarà che le Nail Spa sono dappertutto o che i prezzi sono inferiori o che quei muri strapieni di smalti Opi e China Glaze di ogni sfumatura hanno su di me un effetto ipnotico come i neon con le falene.
Quindi una volta al mese mi concedo il lusso di sedermi su quella poltrona massaggiante con i piedi a mollo nell’acqua calda a farmi massaggiare, impastare, levigare e pittare dalla mia vietnamita del cuore.
Il nostro è un rapporto basato su sguardi d’intesa, come Malizia, e gesti da primate, visto che non capiamo reciprocamente una sola parola di quello che ci diciamo. Devo dire a mia discolpa che nessuno, neanche le americane DOC capiscono una parola di quel che dice lei ma il suo lavoro lo fa da dio e quindi va bene così.
Una delle ultime volte mi ha chiesto se volevo lo stesso colore di smalto per mani e piedi e io le ho risposto, “si, uno.”, credendo di aver capito che mi chiedesse se avevo un figlio. Questo è il nostro grado di comunicazione, per intenderci.
Però è orgnizzatissima, mi mette le infradito al momento giusto in modo che non debba fare troppa strada rovinandomi le dita dei piedi, mi fa pagare prima di iniziare a mettere lo smalto e mi ricorda di prendere già le chiavi dell’auto in modo da non dover infilare in borsa le mani fresche di pittura. E regalandomi un’ora da principessa.

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