The land of the free and the home of the brave.

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Scrivo mentre con un orecchio ascolto il discorso di Obama alla Convention Democratica di Charlotte, North Carolina, a poco più di 600 miglia da qui.
È stata una tre giorni di discorsi, show time, frecciate (molto poche rispetto agli standard italiani) e promesse, e di molto più nei mesi precedenti che ha portato quest’uomo lì, su quel palco a chiedere agli americani di essere rieletto per il bene del paese.
Io sono un Obamaner, come lo ero 4 anni fa. E come lo sono sempre stata per questi 4 anni di governo. Ovviamente ha deluso le aspettative, ma c’è da dire che erano talmente elevate quelle sulle sue spalle e talmente critico il momento in cui stiamo vivendo, che è normale aver scontentato qualcuno. E allo stesso tempo è un politico, non un santo o un messia, anche se vogliono farci credere diversamente. Deve fare gli interessi di qualcuno per ottenere fondi e approvazione, ma nonostante tutto penso abbia fatto un buon lavoro.
Questi sono i miei due cents, ma le convention sono molto di più di questo. Molto di più di chi deve pagare per cosa o come far quadrare il sistema sanitario o trattare la questione degli immigrati.
Le Convenion sono spot elettorali senza dibattito tra le parti, come le ha criticamente definite Erre.
Vero. Ma allo stesso tempo, ad ogni slogan, ogni cartello, ogni applauso o sorriso studiato, io ho pensato, meglio questo che le Olgiattine. Meglio questo che le noiosissime conferenze stampa con le domande concordate. Le interrogazioni parlamentari doe parlano in 30 solo per dire 30 cose diverse.
Meglio questo che Porta a Porta.
Non c’è dialogo, è vero. È mera promozione, fine a se stessa, tesa a procurare voti. E allora? Cosa c’è di male? È vero che io di politica “nobile” ne ho vista poco da quando ho l’età della ragione, ma non ci trovo niente di male in un po’ di sana propaganda, nel metterci la faccia e le chiappe. Se devo votare per te, se ti devo affidare i soldi delle mie tasse ed il futuro di mio figlio, voglio sapere tutto di te, per quanto riguarda il tuo lavoro, non delle tue foto nudo in barca in Sardegna. Ovvio che poi qui c’è la tendenza a far retorica un po’ di tutto, ma cazzo, se mi ci fai credere in quello che mi stai raccontando.
Per par condicio, prevenuta dal primo minuto, ho visto anche la Convention Repubbliana di Tampa che si è tenuta la settimana scorsa, la prima Convention che seguivo in diretta nella mia vita, spinta dal fatto che se devo viverci e pagarci le tasse in questo paese, voglio sapere come funzionano qui le cose soprattutto in uno stato Repubblicano come il Michigan dove Rick Santorum, un pazzo che porta a casa dall’ospedale il cadaverino della figlia nata prematura per farlo conoscere agli altri suoi figli, aveva grosse chance di vincere le primarie.
Comunque, nonostante fosse più pomposa, studiata, retorica e meno spontanea, anche questa è stata spettacolare. E non solo per Clint Eastwood, che dopo avermi fatto piangere con lo spot su Detroit e la Chrysler durante l’ultimo superball, mi era già un po’ scaduto quando aveva permesso a E! di mandare in onda un orrido reality sulla sua famiglia, e questa volta è stato ridicolo e poco incisivo. Chissà quanto gli han dato, ho pensato subito da brava italiana. Poi ho pensato che qui la faccia vale più del portafoglio. E che Clint non ha bisogno di soldi, credo.
Se Mitt Romney ha avuto l’ispettore Callahan, Barak Obama ha avuto Eva Longoria. Ne vogliano parlare? La scelta di portare sul palco una latino americana, donna e casalinga disperata a parlare per lui? Quale altro maschio politico italiano lo farebbe? E il suo discorso ha spaccato i culi, oltre a portare a casa i voti dei latinos.
E poi Barak ha Michelle. La vera sta stat della convention, lui ha fatto la sua prima apparizione sul palco sta sera, lei è lì da tre giorni. Ha arringato la folla con un discordo pazzesco pieno di pathos e buon senso e coraggio. Ha indossato abiti meravigliosi che la facevano apparire aggraziata, elegante ma allo stesso tempo un po’ sbagliata, come se fosse una di noi. È stata quasi tutto il tempo seduta vicino a suo fratello, a significare che la famiglia conta, ed ha abbracciato con lo stesso entusiasmo i reduci dell’Afghanistan in carrozzella e le operaie licenziate dalle aziende di Romney.
Si dice che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. Michelle non è dietro, e neanche davanti, è tutto intorno, ad avvalorare ancora di più il sogno americano.

Mi chiedo se tutto ciò mi avrebbe entusiasmato così tanto non fossi qui. Forse no. Ma la cosa che mi son chiesta più volte davanti a questo carnevale elettorale è stata perché da noi no? Cosa c’è di sbagliato nella spettacolarizzazione di un leader, o wannabe tale. Abbiamo davvero bisogno di duemila partiti pensionati, no euro, casalinghe, nostalgici mussoliniani o no alla vivisezione? Quanto tutto il nostro carrozzone è indice del desiderio di avere un pezzetto di torta di privilegi e non di reale voglia di cambiare le cose? Non basterebbero due schieramenti, destra e sinistra, conservatori e progressisti o comunque li vogliate chiamare? E andate in tv, fate il vostro festival di sanremo, invitate i vostri ospiti, fate del vostro meglio, per parlare agli elettori, quelli che guardano la tv e che sono l’Italia media. Fate promesse davanti a tutti, non solo dalle pagine di libero o del corriere che purtroppo (o per fortuna) ormai leggono in sei.
Fatevi condurre da Maria de Filippi, io non ci vedo niente di male nel rendere la politica alla portata di tutti. E se la portata è quella dei reality e delle lacrime in tv ben venga. L’elitarismo non paga e soprattutto il nostro paese al momento non può permettersi di avere velleità di nessun genere.

Nel frattempo Obama ha finito il suo discorso, in cui ha parlato di libertà, guerra, sanità, istruzione, speranze e aspettative. Ha detto esattamente quello che ci si vorrebbe sentir dire quando si è posti davanti ad una scelta, ha fatto il discorso motivazionale perfetto, intervallato da inquadrature su moglie e figlie e elettori in lacrime.
Forse dentro di sè non sarà animato dai propositi migliori del mondo o forse non solo da quelli, ma penso a Veltroni, Berlusconi, Grillo o Bossi e mi vengono i brividi.
Dobbiamo cambiare, lì da voi, o almeno provarci. Il modello americano non è nè nobile nè perfetto, ma potrebbe funzionare.
E come si dice qui, Good Bless You All, mentre qui è partita la festa, tutta rossa bianca blu, con bandierine, applausi e abbracci di Obama e famiglie sul palco e coriandoli che scendono dal soffitto proprio come se fosse la finale di Amici.

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