This place is the beat of my heart.

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Ormai abbiamo instaurato questa tradizione che il 4 luglio lo dobbiamo passare nelle piú torride cittá degli Stati Uniti. O almeno l’ho instaurata io, che fosse per Erre i weekend lunghi si passerebbero tutti sotto le pale del ventilatore a guardare Spongebob e a giocare a golf. Quindi, dopo i ritardi nelle partenze degli aerei che rimanevano incollati alla pista per il caldo eccezionale di Washington 2012, quest’anno abbiamo (ho…) deciso per New York City. Il prossimo anno Savannah, in onore a Scarlett O’Hara o in alternativa Juneau, dove forse non farebbe troppo caldo. Forse.

In realtá io sarei voluta andare a Boston ed addentrarmi nelle lande ricche di aragoste del Maine, ma il volo costava troppo, quindi nonostante le dimostranze “ma ci siamo giá stati due volteeeeeeeee”, io ho fatto Gattini e prenotato il volo. Anche perché per me era la quinta o forse la sesta volta, ma NY é NY, non é che ti stanca. E poi c’era la mostra delle mostre al Met, da andare a vedere…

Comunque, con queste premesse, a neanche due settimane dal ritorno dall’Italia, con i nostri bagagli ridotti all’osso perché Delta fa pagare anche la prima valigia, con il nostro carico di maglie a maniche lunghe perché in Michigan la sera faceva ancora freschetto, siamo partiti per La Guradia, il migliore aeroporto per arrivare nella City, per questo meraviglioso atterraggio sull’Hudson, lato Brooklyn dove vedi lo skyline piú figo del mondo che altro che volo in elicottero a 150 $ a testa. Appena scesi, 92 gradi fahrenheit umidissimi e una bottiglia di acqua per 3 dollari ci han dato il benvenuto. La stessa acqua che avrei pagato 1 dollaro a Central Park e 2 in Fifth Avenue. Che si sa che é la location a fare il prezzo…

Quando dico alla gente che vivo negli Usa, la reazione piú comune é: che invidia. Io sono stata a NY (o Los Angeles o Las Vegas o Miami…) ed ho adorato gli Stati Uniti. Ecco no. Gli Stati Uniti non sono NY. O meglio un po’ anche si, ma per l’85% no. Di sicuro il Michigan non é New York. É come se fosse stati a Milano durante la settimana del Salone del Mobile e poi vi avessero spedito a vivere ad Agate Brianza o a Roma durante la settimana del Film Festival e poi vi foste trovati catapultati in provincia di Oristano, a febbraio. E non lo dico con rimpianto. Venezia é bella ma non ci vivrei. Per NYC vale lo stesso, anche se probabilmente se avessi il lavoro giusto e lo stipendio giusto e la casa nel posto giusto, forse potrei pensarci. Lo stesso vale per Venezia dopotutto.

NY é sporca, puzzolente, piena di immondizia sparsa per strada. Che a me sembra assurdo che nel duemilaetredici non si sia ancora trovata una soluzione per non far lasciare i rifiuti per strada fuori dai negozi, a luglio, con trentacinque gradi, tutte le sere, ma tant’é. Forse fa folklore. Il Michigan al contrario é pulito, verde, accogliente, pieno di parchi, laghetti, animali e non solo ratti con la green card.

A NY son tutti scortesi. O meglio, decisamente piú scortesi che qui, anche se decisamente piú cortesi di una commessa media in via Roma a Torino il sabato pomeriggio. Al Met, in determinate aree (scelte con la logica del lancio dei dadi presumo visto che io non ce ne ho visto un nesso) i passeggini non possono entrare. Non i bambini, badate bene, i passeggini. E siccome il Sauro, alla terza statua di Rodin ha pensato bene di girarsi dall’altra e mettersi a dormire (complice anche il fatto di essersi svegliato alle 6 all’urlo di Patatineeeee – a colazione n.d.r.), la mostra sul Punk me la son vista in solitaria mentre Erre indugiava nella sala Impressionisti in Liguria e Provenza lí accanto. Cosa che probabilmente a lui non é dispiaciuta, ma a me si, visto che avrei voluto condividere l’emozione di toccare un McQueen Haute Couture di nascosto dalla guardia e soprattutto i commenti maligni sulla bassa qualitá dei famosi abiti con safety pins di Versace. Altro posto assolutamente vietato ai passeggini, noti strumenti del diavolo, é la mitica Terrazza Caffé del Met su Central Park, dal quale siamo stati allontanati manco fossimo una scolaresca armata di pennarelli indelebili davanti al Lighthouse di Hopper. Il burbero custode ci ha anche detto la mitica frase “Le regole qui non le faccio io”, degna del peggior impiegato di Trenitalia.

I tassisti di NY non hanno la minima idea di quel che fanno. Premesso che fare il tassista in una cittá come quella dev’essere un lavoro ben di merda e che il 50% di chi lo fa spesso non parla neanche troppo fluentemente la lingua, mi chiedo per quale mistero, su almeno otto corse che abbiamo fatto di ritorno vero l’hotel (andare in metro in tre o in taxi costa praticamente uguale) nessuno é stato in grado di portarci all’ingresso. Tutti nei pressi, lí vicino, basta svoltare l’angolo, all’inizio della via. E stavamo a Soho per dire, non a Dumbo. Anche perché abbiamo fatto avventurare un taxista al dí la del ponte di Brooklyn, una mattina, per andare ai parchi sulle Brooklyn Heights (assolutamente consigliati se ci passate, fa caldo e avete marmocchi al seguito) e sembrava gli avessimo chiesto di portarci all’Eight Mile di Eminem a Detroit. Nudo, disarmato e ricoperto di gioielli preziosi.

Nonostante tutto peró, ci tornerei domani. O meglio ad ottobre quando non fará piú cosí terribilmente caldo. É stato davvero tutto molto figo, nonostante le temperature sub tropicali, la puzza delle pozzanghere di origine sospetta, le code e i turisti italiani. Non fare shopping poi (ci sono esattamente gli stessi negozi che a 20 minuti da casa mia. Esclusi Zara e Topshop che son diventati gioiellerie e Uniqlo dove ho fatto l’unica piccola tappa) ci ha lasciato tanto tempo semplicemente per passeggiare nel West Village, far giocare il Sauro ai parchetti con i bimbi newyorkesi, andare allo zoo, sederci al fresco (ah ah) a mangiare sushi da asporto, entrare nei negozi di arredamento vintage a curiosare, mangiare in un sacco di posti buonissimi, farci viziare da Eataly.

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