Everybody’s gone surfin’, surfin’ USA – part I.

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California for dummies, aka le nostre vacanze estive. Che, fin da quando abbiamo iniziato ad organizzarle avrebbero dovuto rispondere ad una serie di requisiti particolari: innanzi tutto essere treenne friendly, nonché momma incinta al settimo mese friendly, anche se siam pur sempre noi, quindi prendere aerei e viaggiare in posti nuovi, non ci spaventava di certo; poi dovevano essere vacanze rilassanti, niente diecimila chilometri in sette giorni, vedere tutto ma un’ora alla volta o peggio dai finestrini dell’auto. Per lo stesso motivo abbiamo deciso di limitare le notti singole in albergo (a volte con scarsi risultati, effettivamente) e i chilometri in macchina, quindi abbiamo volato su Los Angeles all’andata e da San Francisco al ritorno, risalendo la costa, a suon di tutti i santi!

DAY ONE: arrivo ad LAX dopo 4 ore e mezza di volo, recuperata la Malibu Chevy al noleggio, pagata un’inezia tra l’altro, (quindi se vi capita, non prenotate piú di una settimana prima e usate i siti che mettono a confronto i prezzi delle varie agenzie. Noi l’abbiamo presa da Fox) ma c’é da dire che, avendo la patente americana, non abbiamo dovuto pagare l’assicurazione in quanto qui (che son furbi) assicurano il guidatore, o meglio la patente, e non l’autoveicolo, quindi abbiamo potuto usare la nostra assicurazione “di casa”. Ci hanno invece chiesto una follia per il seggiolino, quindi da bravi italiani in america, siamo andati a comprarlo al Walmart piú vicino per 50$, conservando scatola e scontrino con l’idea di riportarlo indietro al Walmart di San Francisco prima di tornare. Dopo di che siam partiti per San Diego, in teoria poco piú di due ore di macchina, in realtá quasi sei, per colpa del traffico di gente che andava a festeggiare il weekend del Labor Day. Sulla strada abbiamo peró visto uno dei tramonti piú belli che la California ci avrebbe regalato… Il sabato sera del Labor Day nel centro di San Diego, é un po’ come essere a Miami in periodo di vacanze di primavera: tanti giovani, selvaggi, ubriachi, festaioli. Assolutamente niente di pericoloso, se non per la mia autostima alla vista di cosí tante ragazze bionde, alte, magre e bonissime, peró non proprio il nostro target.

DAY TWO: quindi il secondo giorno, dopo un giro nel quartiere Gaslamp al mattino molto presto (ci son tre ore di fuso, tra il Michigan e la California) che é stato un po’ come visitare un sito post atomico, abbiamo deciso di spostarci di albergo ed andare sul mare, a Pacific Beach, a nord di Mission Bay, sempre a San Diego. Vita da spiaggia, passeggiate sul boardwalk, il primo bagno nell’oceano e la sera siamo finiti a cena in un ristorante sul porto molto carino, dove i bambini mangiavano da un buffet e pagavano a seconda all’etá; quindi per il Sauro, a ben due dollari!

DAY THREE: Seaworld. Che se avete bambini vale davvero i 75 $ dell’ingresso. Noi non siamo riusciti a vedere tutto (ci siam persi Shanu l’orca, che si esibiva proprio mentre il Sauro pisolava), uscendone comunque distrutti, ma lo spettacolo dei delfini é sensazionale, la stessa cosa vale per la Bay Of Play di Sesame Street, assolutamente a misura di toddler. Peccato che nel mezzo dell’arca acquatica di Big Bird, proprio quando Erre si era dato alla macchia e io avevo pezzi di pranzo/ciabatte/vestiti/passeggini/Nikon sparsi nell’arco di 50 metri, il Sauro annunciasse che doveva assolutamente fare la pipí e che tra, recuperare tutto il recuperabile e cercare di capire dove cavolo si trovasse il bagno piú vicino, lui ha finito di farsela addosso e io mi son trovata con un bambino pisciato nel bel mezzo di un parco divertimenti americano, senza ovviamente avere nessun cambio. Che fossi stata a Sanremo, manco me lo sarei fatta il problema, l’avrei lasciato in maglietta e pirillo all’aria alla ricerca di un paio di pantaloncini di ricambio. Ma qui siamo in america, appunto, dove finisci sulla lista dei pedofili anche se ti sbagli e fai la pipí in piena notte a cinquanta metri da un parco giochi deserto. Quindi il poveraccio se n’é dovuto andare in giro con un comodo ciripá rosa a stelle blu da me personalmente creato con una mia sciarpetta per nascondere le vergogne, finché non ho acquistato a caro prezzo un altro paio di pantaloncini, dell’orca Shanu. La sera per consolarci, e per ricordarci comunque che San Diego é alle porte del Messico, siamo andati a cena all’Old Town. N’americanata per turisti, ma le tortillas fatte in casa di Casa Guadalajara, me le ricorderó finché campo!

DAY FOUR: verso nord, fino ad Hungtington Beach. La Pacific Coast Highway, come canta Courtney Love. Le spiagge enormi e deserte, i surfisti, sera a Laguna Beach, che, essendo cresciuta con Laurel Conrad e OC, mi aspettavo meglio. Speciale menzione alle palme della california, che sono proprio come ti immagini che siano e saranno il mio pensiero felice durante il freddo inverno del Michigan.

DAY FIVE: Disneyland. Ritornarci dopo 25 anni é stato surreale. La faccia del Sauro sul pulmino di Toy Story che ci portava all’ingresso del parco, una di quelle cose che ti fanno essere felice di essere al mondo. La vera veritá peró é che ricordarlo con l’entusiasmo dei tuoi 11 anni e ritornarci a 36, con trentotto gradi all’ombra é stato abbastanza traumatizzante. In piú tutto é rimasto davvero come allora ed il Sauro, i cartoni come la Spada nella Roccia o Dumbo, non se li fila per niente. Troppo lenti, troppe canzoni. Le giostre che avrebbero dovuto essere per bambini erano trenini nel buio piú profondo dal quale apparivano dal nulla streghe di Biancaneve urlanti, nani inferociti, draghi dagli occhi di fuoco. Nella giostra di Peter Pan lui ha chiesto tutto il tempo dove fosse Jack, perché quelli sono i pirati Disney che lui conosce, altro che Nana e polvere di fate. I cartoni nuovi sono tutti ad Adventureland, una parte separata di parco, piú nuova, con sovrapprezzo, ma studiata per bambini piú grandi e dove lui non avrebbe comunque potuto girare su quasi nessuna delle attrazioni. Quindi, se vi capita, risparmiate i 90 dollari a capoccia dell’ingresso e portate i bambini a Legoland. (come aveva suggerito mio marito, che ora potrá dire a ragione, Te l’avevo detto!).

Scesa la sera, dopo due parchi in tre giorni, noi genitori ci siamo ripromessi di non tornarci piú almeno fino al 2014… forse anche 15… Sera a Long Beach, che nessuno te lo dice ma é davvero meravigliosa. Penne al pomodoro come fatte da mammá in un ristorante scelto a caso, scenata isterica del Sauro perché voleva il gelato prima di cena, accontentato da me per poter mangiare le penne in pace, scatenata l’ira del marito. Gita post cena alla Queen Mary che, non ho ancora ben capito il perché ma é ancorata da trent’anni lí nei dintorni. Esperienza surreale, senso di angoscia all’ingresso sulla passerella, solo dopo abbiamo scoperto che su quella nave ci sono storie di fantasmi. Io a queste cose non credo proprio per nulla, ma una notte a bordo non la passerei neanche se mi pagassero!

DAY SIX/SEVEN: Santa Monica. Festeggiato il quarto anniversario di matrimonio nello stesso albergo in cui eravamo stati in luna di miele. Abbiamo preso le bici per fare il giro della spiaggia fino a Venice, scelta che si é rivelata assolutamente spiacevole per una donna incinta in quanto la posizione modello graziella che devi assumere sulle bici a scatto fisso da hipster che ti affittano (tra l’altro assolutamente scomode se devi andare ai 2 all’ora sulla passeggiata di Venice in mezzo ai turisti), ha fatto si che io dovessi fare la pipí letteralmente ogni 100 metri. La cosa é stata altamente imbarazzante. persino il Sauro alla fine mi ha detto: mamma, basta pipí. Comunque mi son consolata facendo shopping nel mio posto preferito al mondo, Kitson, quindi adesso posseggo una felpa e due tee che al momento non mi entrano ma prima o poi si, e non vedo l’ora. Menzione di disonore agli abitanti di LA che sono tutti magri, biondi e patinati, mentre 30 miglia piú a nord o a sud sorridenti, rilassati e panciutini.

To be continued…

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