Sleep around, if we like, but we’re alright.

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Il Metodo Gattini, qui potete trovarne le linee guida di base, funziona. Volevo solo ricordarvelo che poi voi credete io sia come uno di quei preti che predicano la povertà al mattino e mangiano il Mandorlato Balocco a pranzo. Quindi, dicevamo, funziona e io lo utilizzo quotidianamente ormai. Eccovi un po’ di esempi recenti, i nostri miracoli della piscina di Lourdes,  giusto cosí per rinfrescarvi la memoria:

1. La grande spedizione transoceanica. Quando facemmo il container per venire negli Usa dall’Italia, un secondo figlio ancora non era in programma. O per meglio dire, lo era, in teoria (per me… mio marito ha necessitato un po’ di opera di convincimento latente in itinere, ma questa é un’altra storia), ma comunque non ero incinta né prevedevo cambiare le cose a breve, quindi un po’ per scaramanzia, un po’ per incoscienza, un po’ per far Gattini, appunto, carrozzina, culla, sdraietta, base isofix ed altre amenità neonatali restarono in Italia. Quindi, venuti al dunque, quando fu chiaro che le cose bambinesche ci sarebbero servite più prima che poi, durante l’ultimo viaggio in Italia prima dell’Avvento, a giugno, io iniziai a pensare al come trasportare 30 chili di roba da un continente all’altro. Diciamo che persi un po’ la fede, nel tragitto, iniziando a stracciare i maroni di chiunque avesse orecchie e fosse a conoscenza della lieta novella, chiedendo consigli, esperienze in merito o anche solo disperandomi. Feci un sacco di conti, economici e balistici, rendendomi conto quasi subito che ricomprare tutto sarebbe stato antieconomico, oltre che un gran spreco visto che io avevo già tutto, a casa. E non la carrozzina di terza mano comprata nel ’95, per intenderci… Quindi, ad un certo punto, complice il fatto che Erre mi disse, “me ne occupo io”, smisi di pensarci. Andai in Italia, mangiai chili di focaccia a merenda, abbracciai gli amici, andai al mare e non ci pensai più.  Ad un paio di giorni dal ritorno negli Usa, quando fu chiaro che il “ci penso io” era stata una stima di massima decisamente poco realistica, chiamai il corriere di fianco a casa, per un preventivo che si rivelò più fattibile del previsto, soprattutto dopo aver consultato le incomprensibili tabelle delle Poste Italiane nonché il sito di Bartolini, redatto direttamente dal Malvagio. Recuperai le cose dalla cantina di casa (in qualche caso, a dirla tutta, sfrattai letteralmente il mio ultimo adorabile nipote dalla carrozzina nella quale dormiva pacifico, per portarmela via e di questo, son sicura, prima o poi il karma mi chiederà il conto), impacchettai il tutto con le scatole che avevo, per il resto ci pensarono loro, preparai la lista degli oggetti spediti per la dogana e in due giorni risolsi un problema che mi attanagliava da mesi. E un paio di settimane dopo, il tutto arrivò felicemente in Michigan, dove rimase nel basement, fino a ieri.

2. Il car seat della discordia. Arrivati in California per le vacanze quest’estate, essendo che ci chiedevano uno sproposito per il seggiolino da auto, come già detto, siamo andati a comprarne uno da Walmart, con l’intenzione di riportarlo al negozio di San Francisco prima di ripartire. Quindi ci siamo fatti 15 giorni di vacanza con lo scatolone nel bagagliaio e lo scontrino da me conservato come reliquia. (seggiolino pagato 50 $, 36 euro, n.d.r.) Un paio di giorni prima di tornare ci siamo resi conto che di Walmart nel centro di San Francisco non ce n’erano (t’oh guarda) e che andare a riportarlo non sarebbe stata proprio una comodità soprattutto perché voleva dire fare le ultime 50 miglia con un bambino senza seggiolino, cosa che ci spaventava parecchio. Erre suggeriva quindi di lasciarlo in macchina e chiedere lo sconto al car rental, ma io mi ci ero affezionata a quel seggiolino con le righe arcobaleno e i porta bicchieri, su cui il Sauro si era fatto cosí tante belle dormite in quei quindici giorni, e un po’ mi dispiaceva lasciarglielo lí, nuovo, per venti dollari. Quindi? Gattini all the way. Arrivata al garage dell’aeroporto, ho smontato il seggiolino, l’ho messo cosí com’era sul passeggino, nonostante Erre mi guardasse un po’ male, che sui voli Delta si sa tendano a rompere un po’ le scatole per tutto quello che é extra, e con spavalderia ho passato tutti i controlli. Che non volete mica togliere il seggiolino ad un bambino? Arrivata in aereo l’abbiamo stipato con eleganza nella cappelliera, togliendo il posto ad altri dieci passeggeri ed abbiamo fatto come se tutto fosse normale e qualcuno ci avesse autorizzato effettivamente a portare un bagaglio extra dalla California al Michigan. Ora il seggiolino della discordia campeggia nella macchina di Erre, al posto di quello superfigo italiano che era diventato piccolo e ogni volta che lo guardo, siamo onesti, provo un po’ di moto di orgoglio, per aver forzato il blocco, come Rhett Butler.

3. La vergogna dell’alfabeto. Chi mi segue forse ha già capito che gli scleri delle madri dei treenni americani, non sono quelli di non dargli i panini con la marmellata per pranzo, ma che sappiano, a menadito tre cose, e che, qualora interpellati, si esibiscano nel teatrino con maestranza. Le tre cose sono: contare fino a dieci (in inglese in prima istanza, ma se in altre lingue é ancora meglio), elencare i colori una volta che mammà glieli indica davanti all’uditorio, e cantare la canzone dell’alfabeto. Sulla prima il Sauro é ferratissimo in entrambe le lingue, anzi in inglese conta anche oltre il dieci, quindi onore a chi gliel’ha insegnato (non io…). Sui colori, una tragedia, anche se vedo leggeri passi in avanti, visto che ha iniziato a chiamare il rosso stop, il verde go, il giallo attenzione e l’arancione pumpkin. Sull’ABC invece ho sempre fatto Gattini. Principalmente per due motivi, il primo semplicemente che neanche io lo so poi proprio così bene, mi incasino sempre sul J K L M e anche sulla fine e soprattutto perché non ne ho mai visto l’utilità. Davvero che qualcuno mi spieghi, allo stato delle cose, in cui non é in grado di leggere né di scrivere che differenza c’é tra imparare la canzone dell’alfabeto o il Primo Canto dell’Inferno. Mi pare un puro esercizio mnemonico fine a se stesso, uguale a quello che stanno cercando di fare a scuola, insegnandogli a tracciare i contorni del suo nome. “Mio figlio a tre anni sa scrivere il suo nome” probabilmente farà la sua figura alle cene con gli amici, ma la vera verità é che tuo figlio non sa scrivere un bel niente, ha solo imparato a copiare una cosa, da brava scimmietta ammaestrata. Quindi non me ne sono mai preoccupata ed anzi ho dato per scontato dall’inizio che il Sauro l’abc non lo sapesse e invece ieri a pranzo, dopo esserci gelati le chiappe al trick or treat in paese, con ancora il suo costume da sceriffo Woody e mangiando mela e prosciutto cotto, ha iniziato a cantalo. Tutto, dalla A alla ZI, con tanto di filastrocca finale e Yeah in conclusione. Io ed Erre basiti. E nonostante tutto, orgogliosi. I Gattini pagano. Oh se pagano.

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6 thoughts on “Sleep around, if we like, but we’re alright.

  1. Ma sai che sto anche io cominciando a pensare che questo metodo funzioni? Dopo 46 anni di scervellamento vario, quasi quasi aderisco anche io al metodo!
    Mi piace molto il tuo blog, ti seguo sin dall’inizio, è bello e divertente seguirti dal lontano Michigan. Da oggi faccio outing e comincio a commentare i tuoi post. Ti scriverò da Como e ti penserò nel Michigan…..

    1. Funziona si! Dovrei incominciare a raccogliere le testimonianze come quelli che vendono le cure dimagranti! 😉

      Felice di conoscerti Paola, i messaggi come i tuoi fan bene al cuore. Grazie.

  2. Dai , mi sembra che tu ti sia ben ambientata, anche se a leggere alcune cose che racconti delle abitudini americane mi sembra che tu sia finita su Marte, più che nel Michigan, che è pur sempre su pianeta Terra..a proposito auguri per la tua pancia di sette mesi….io di bimbi ne ho tre, quindi sono molto contenta per voi. Poi ci racconterai come sarà partorire in America…beh, nel Michigan, magari le cose cambiano tra uno stato e l’altro.
    Quando e se avrai tempo, sarebbe bello capire cosa siete riusciti a non cambiare nelle vostre italiane abitudini…non so, penso al cibo per esempio, mi sembra forse la cosa più diversa. Se avrai voglia di scrivere un “post comparativo” lo leggerò volentieri!
    Non so cosa augurarti, qui sono le 17.00 e mi verrebbe di dirti buona serata…lì sarà mattina, presumo quindi butto lì un buona giornata!
    A presto! Paola

    1. Ma si, tieni conto che c’é anche tanta licenza poetica, per rendere le cose piú interessanti… alla fine tutto il mondo é paese, anche Marte! E qui, nonostante tutto, ci troviamo benissimo.
      La pancia ormai é al nono mese, manca poco.
      Per le abitudini alimentari, si, tanto é cambiato, soprattutto per mio figlio venuto su a sushi e burro d’arachidi… ne scriveró! 🙂

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