But I’m only human.

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E cosí dopo un mese di amici, aperitivi, abbracci, focacce, nipotini, croissant, cene, code alle poste, passeggiate in via Garibaldi con 15 gradi e il sole, playdate con i cugini, influenze, arrabbiature per la mancanza di parcheggi e fasciatoi, regali, pizze e bicchieri di Dolcetto, siamo tornati al terrificanti menoventi del Michigan. Con una convinzione, sopra tutto: vivere al freddo é terrificante. Il dolore fisico che ti provoca il vento gelido sulla faccia, la scomodità di uscire con un neonato intabarrato come uno sciatore con la paura che geli nel suo seggiolino in auto, il ghiaccio ovunque che fa scivolare macchine e persone. Per non parlare del fatto che il freddo ammazza la convivialità… Uscire, far cose, vedere gente, deve valerne proprio proprio la pena se no casa, divano e cioccolata calda vincono di gran lunga.

In Italia invece é stato tutto uscite e amici. Passeggiate e cene goliardiche. Soleinfaccia e brindisi prima agli arrivi e poi alle partenze. Compleanni speciali e abbracci così per. E nonostante tutto non siamo riusciti a vedere e a fare tutto quello che avremmo voluto. Ormai io ci sono abituata, é la Maledizione dell’Expat: non importa quanto tempo tu abbia, non importa quanto prima tu organizzi e avverta tutti, non riuscirai mai ad accontentare tutti, ad abbracciare tutti a portare regali a tutti. Io ormai lo so e mi son messa il cuore in pace. Deluderò qualcuno, qualcuno sarà offeso dal fatto che non ce l’avrò fatta ad organizzare, chi mi vuol bene capirà e mi dirà “non preoccuparti, alla prossima”. Muoversi con due bambini non é sempre facile. Un neonato ha tempi tecnici di poppate/cambi pannolini/nanne e strilli (anzi voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno accolto ad allattare e cambiare cacche nei miei giorni italiani) e spesso, lo ammetto, ho barattato un aperitivo con un’amica con un’ora di sonno che non avevo potuto fare la notte precedente. Poi me ne sono anche pentita, ma tant’é. In piú il Sauro, come ogni volta che torniamo in Italia, si é beccato l’influenza facendomi come sempre apprezzare i super vaccinati bambini americani, o forse é solo sto climademerda che li tempra fin nella culla. Marito latitante “Che non vedo mai i miei amici, vuoi che non esca, faccia, brighi?”, e per carità, signora mia, lo faccia uscire sto pover’uomo. Io non posso pretendere che chi resta, annulli i suoi piani mensili sono per incastrarli con i miei e allo stesso tempo io son costretta a fare delle scelte che non vorrei fare e soprattutto che non sono dettate dal chi vorrei vedere di piú, ma dal chi, per caso, é a portata di mano nella finestra che ho io tra una poppata e un sonnellino. Un parcheggio trovato o meno. Una scena del Sauro che non so se per gelosia, mancanza di disciplina o innata capacità di rompere le scatole, in Italiaha dato il peggio di sé.

Nonostante i rammarichi di quello che sarebbe stato se; quello che é stato, é stato bellissimo. Per tutti i messaggi di “mi spiace che non ci siam visti” (con toni piú o meno colpevolizzatori) ci sono stati abbracci “sta sera é stato fantastico”. Per tutti i “mi dispiace non ci sono”, ci son stati altrettanti “é stato bello vederci”. Grazie per averci abbracciato, per aver badato ai nostri figli anche quando erano odiosi e urlanti, grazie per i regali, dai croissant ai regali di natale custoditi per mesi, grazie per esserci ancora anche se quando ne avevate bisogno noi eravamo dall’altra parte dell’oceano.

In questo interminabile inverno del Michigan, quando siamo a marzo e ancora siamo a meno venti, quando entro al supermercato e mi aggiro in cerca di qualcosa di commestibile e non potenzialmente letale, quando vorrei uno spritz e alzare il telefono per  dire una scemata, invece che scriverla in una mail, quando vi mando una foto dai camerini di Target, invece che fare shopping con voi, amiche mie, quando apro Skype e non c’é nessuno online perché dormite tutti, quando vorrei fare solo 3 metri dalla mia cucina alla sua e farmi prendere a male parola da B1, ecco, come diceva Michael Jackson, you will be there.

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