But today the way I play the game is not the same.

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Tra tre settimane più o meno si torna in Italia. Tre settimane per impacchettare tutto, decidere cosa vendere, cosa regalare, se fare una garage sale, se fare una festa di addio con gli amici del Sauro.
Quando siamo partiti dall’Italia eravamo decisamente meno consapevoli e molto più preoccupati. Di feste di addio non se ne era assolutamente parlato, anzi con le persone che più mi dispiaceva lasciare c’era stato solo un grande abbraccio e un “a presto”, come se ci dovesse davvero vedere la settimana dopo. Poi piano piano, arrivederci dopo arrivederci in questi due anni e mezzo, ho imparato a non smetterla di passare al controllo sicurezza dell’aeroporto di Caselle, come Frodo tra i cancelli di Mordor ed ho imparato che certe cose stanno nel cuore, anche a seimila chilometri di distanza. E non è l’unica cosa che ho imparato stando qui. Forse la chiave di tutto è proprio questa: ho imparato più in questo periodo americano (non facendo formalmente niente) che in tutto il resto della mia vita. O meglio, forse no, ma ho imparato tanto.

Ho imparato quali sono i miei limiti e quanto è terrificante doverli affrontare ma anche che poi dopo ti senti un leone. Un leone che ha appena agguantato una gazzella, e balla la samba nella foresta, davanti al gruppo delle leonesse.
Ho imparato a bastare a me stessa e che per quanto gli altri siano importantissimi, alla fine il lavoro sporco va fatto da soli. Più nel pratico ho imparato a risolvere i problemi quando ero sola con due figli piccoli e chiunque altro mi avrebbe potuto consigliare era beatamente addormentato dall’altra parte dell’oceano.
Ho imparato a prendere decisioni con la spada di Damocle che se tutto fosse andato male sarebbero stati solo cazzi miei. E anche questo è terrorizzante, ma dopo leoni, samba, cucaracha e autostima a mille.
Ho imparato ad ascoltare i consigli di tutti ma poi a far solo di testa mia senza farmi affondare dai sensi di colpa o a far qualcosa perché qualcun altro pensa sia giusto per te. E questo è stato davvero come levarmi dalle spalle uno zaino da cento chili dopo aver scalato l’Everest. Ho ballato libera e felice sotto la pioggia, al canto di Freedom di George Michael. Non letteralmente ovviamente, che son troppo vecchia, ma nella mia testa ero perfetta e leggiadra come gli uccellini di Cenerentola.

E poi ho imparato che i pregiudizi sono le catene che ci tengono legati in un posto orrendo, strapieno si gelosia e invidia con la pretesa di sapere tutto a priori con le nostre solide inutili certezze coltivate nella provincia (di Torino, Napoli o del Midwest).
Ho imparato a convivere con gente di razze, provenienze, istruzione, credo religioso o politico, aspetto fisico o grado di sanità mentale diversi e ho imparato che ognuno ha la sua storia e io non ne so proprio niente.
Ho imparato a non giudicare nessuno per come si mostra all’esterno.
Ho imparato a dare a chiunque la propria chance.
Non che poi sian tutti buoni, intendiamoci, ci sarà comunque chi parlerà alle spalle, chi instillerà cattiverie e chi ruberà portafogli. Ma non è l’aspetto fisico a determinarlo.

Quindi me ne torno a casa, con un container pieno di cose fisiche e un bagaglio ancora più grande di lessons learned, come si dice qui.
Resta solo da vedere se tutto questo perdurerà la prima volta che gli operatori telefonici cercheranno di fregarmi o la commessa di un negozio mi squadrerà da capo a piedi perché non ho la taglia 40 o cercheranno di passarmi davanti dal panettiere.
Cercherò di ricordarmi a come si stava bene a danzare nella pioggia per festeggiare. O in alternativa quanto cazzo sono stati freddi e lunghi i miei inverni americani.

 

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