Gonna live while I’m alive. I’ll sleep when I’m dead.

 Sta notte ho fatto i conti. Sono 490 notti che non dormo 8 ore di fila. Neanche 6, se é per questo, ma 8 son quelle consigliate dagli esperti di Glamour e Marieclaire per avere la pelle splendida e i capelli lucidi come l’oro.

Che a dirlo in giro la gente non mi crede. Il BabySauro ha la faccia d’angelo, l’occhio ceruleo, la guanciotta paffutella, il sorriso facile e ahimé, il sonno leggero. Che poi non é mica solo colpa sua poveraccio, anche suo fratello contribusce alle pene notturne, ma la somma di tutto ciò si abbatte su di me e sulle mie notti, senza pietà. Questa notte ad esempio ero reduce da una nottataccia incubo vomitosa del Sauro e, manco a dirlo, sola, e mi son trovata a dover accudire un bambino che, senza motivi apparenti, ha deciso di tenermi sveglia dalle 2 alle 3.30.

Comunque io non ho perso tempo, ed ho stilato un decalogo delle cose che passano nella testa di ogni madre, che non dorme da cinquecento notti:

  1. Innanzi tutto, al primo piantino, si prega. Io divento devotissima della Madonna, di San Giuseppe, di Gesú bambino o di padre Pio. Qualsiasi divinità cristiana o pagana mi passi per la testa é invocata senza indugio. Le provo tutte perché, una volta su 10, il piantino non prosegue, il BabySauro si gira dall’altra e riprende a dormire, con buona pace mia e di tutti gli abitanti dei cieli.
  2. Al secondo piantino, si fanno i fioretti. Dai più banali: “se lo fai smettere (san Gennaro, Madre Teresa, santa Kate Moss), non mangerò più la cioccolata per un mese” ai più articolati: “Ok, se adesso non si sveglia e riesco a dormire almeno fino alle 2.47 da domani inizio la dieta, solo verdura. E vado a correre. E mi iscrivo in palestra, che mi sono già anche salvata il numero del personal trainer. Si, si, lo chiamo e gli dico che voglio perdere 20 kg. Ecco, adesso si che ho la motivazione giusta e poi finalmente potrò entrare in quel bikini di Victoria Secrets che ho comprato e mai messo…” (ovviamente la maggior parte delle volte lui non smette e io mi butto sui Duplo)
  3. L’accettazione. Ok piange. É innegabile. Non é un piantino, non passa, devi fare qualcosa prima che svegli suo fratello. Quindi si striscia fuori dal letto, in piena notte e si raggiunge il lettino, dove si cerca di consolare l’urlatore nella maniera più rapida possibile. Il più delle volte ci si addormenta in piedi. Cosa che io prima di aver figli credevo fosse una leggenda metropolitana e invece mi capita quotidianamente. Mi piego ad L, appoggio la fronte sulla sponda del lettino, porgo la manina al pargolo urlante e cerco di recuperare 30 secondi di sonno. Questa operazione può durare dai due minuti alle due ore.
  4. La blanda lamentela. Tra sé e sé ovviamente, che non c’é nessuno a cui poter esternare le proprie pene. Robe tipo: “Certo che sono proprio sfortunata, io non lo so come faccio ad essere ancora viva. Eh si, dovrei essere morta. Stecchita. Chissà se qualcuno si accorgerebbe della differenza. Certo che una vita così proprio non me la merito. Perché a me? Proprio io, con tutte le sfortune che già mi ritrovo…” [Questa fase può sfociare nell’invio di un sms notturno di insulti al coniuge che dorme beatamente in una stanza d’albergo del nord Europa e che al mattino potrebbe azzardarsi a pronunciare frasi del tipo: “Certo che il mio letto king size con lenzuola di cotone egiziano, i figli a 600 km di distanza, il room service  e la sveglia con gli uccellini non era poi così comodo.”, provocando una crisi coniugale non da poco.]
  5. Quindi segue la rabbia. La furia assassina proprio. Fortunatamente non verso l’urlatore che anche nel dramma resta coccoloso e dice cose tipo Mammaaaaaa con gli occhi a cuore mentre cerca di infilarti il suo ciuccio nel naso. Io in particolare me la prendo con i ladri, i manigoldi e i fuori legge che potrebbero popolare il mio giardino cercando di introdursi in casa. Che dovete sapere io ho un’avversione verso le tende alle finestre, quindi quando vago in giro per casa nel cuore della notte, soprattutto quando son sola, vedo decine di ombre e mi convinco siano estranei che stanno per intrufolarsi nel mio salotto. Quindi prima mi spavento. Poi sono talmente incazzata che inizio a pensare: “Ma se davvero fosse un ladro, sai quante botte si prende? Ho anche la mazza da baseball autografata da Cabrera vicino al letto. Che entri solo e gli faccio vedere io…” e da qui partono una serie di film mentali su di me che maltratto i lestofanti (che spesso hanno le fattezze di un mix tra Rhett Butler e Diabolik). Grazie al cielo niente di ciò é mai capitato al di fuori del mio cervello.
  6. La rassegnazione. A questo punto si é quasi completamente svegli e non si cerca più di addormentarsi. É passata almeno un’ora dal primo piantino e finalmente ci si rende conto che la tecnica “speranze e bestemmie” non basterà. Quindi si prende, per forza di cose, in mano la situazione. Si somministrano sciroppi e supposte, si cambiano pannolini, si prova con l’acqua e zucchero. Si canta, si culla, si stringono manine. Ogni tanto funziona.
  7. Ogni tanto no, quindi si passa alla fase: faccio a pezzi tutte le mie convinzioni, pur che faccia sta cavolo di nanna. Quindi ci si dimentica della pedagogia e si mettono in atto le peggio nefandezze: si danno cucci a bimbi a cui non sono mai stati concessi. Ciucci intrisi di miele o Nutella. O entrambi. Si aprono le porte dei lettoni. Li si lascia da soli in un lettone di quattro metri per quattro mentre si va a dormire sul divano o nel loro lettino con le sbarre da un metro. O per terra. Li si li tengono in braccio, cullandoli saltellando su una gamba sola, cantando e contemporaneamente servendo biberon di ambrosia.
  8. L’ammissione della sconfitta. Ok bambino, hai vinto tu, contento? Possiamo sederci sul letto e guardarci negli occhi. Possiamo giocare e tu puoi fare dei versetti. Puoi saltare sul letto. Puoi infilarmi le dita del naso, cercare di salirmi in testa. Colorare con i pennarelli indelebili sulla mia fronte. Sono totalmente soggiogata al tuo potere.
  9. La disperazione più totale. Ormai mancano tre ore alla sveglia. Un’altra notte persa. E lui sta continuando a fissare i quadri sopra la vostra testa con gli occhi spalancati. Ti viene da piangere. Inizi a ripensare al giorno più bello della tua vita: quella Pasquetta del 2003 quando ti sei svegliata e il sole stava tramontando sul mare. Avevi dormito tipo per venti ore di fila. Certo che quelli erano bei tempi. Senza figli, domeniche intere in posizione orizzontale. Svegliarsi, mangiare e tornare a dormire. La tua idea del paradiso adesso.
  10. Il sogno ad occhi aperti (ovviamente): e da qui parte un volo pindarico. Inizia con qualcuno (il più delle volte tuo marito) che ti dice: “ti ho fatto un regalo. Puoi andare in quell’hotel questa notte, da sola. Dormi, goditela, ci vediamo domattina.” E ti immaginerai in quel lettone, alle sette e mezza/otto di sera, sprofondata nei cuscini, con davanti 15 ore di sonno ininterrotto. La cosa più bella che puoi immaginare. Niente Caraibi o borse griffate. Una notte in un motel tre stelle nell’interland torinese.

Poi finalmente, ogni volta, quando hai perso totalmente la speranza, il bambino si riaddormenta. Il più delle volte con il pannolino a tre millimetri dal tuo naso o con un gomito che ti punta nelle costole. O entrambe le cose. Ma tu sei troppo spaventata che si risvegli e troppo esausta per fare qualcosa. Quindi ti addormenti così, per quelle successive due ore e mezza di sonno ristoratore che ti separano dalla sveglia. E pensi che prima che tu te ne accorga, saranno adolescenti dormiglioni. Forse.

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We’re off to see the wizard, The Wonderful Wizard of Oz.

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Prima di abitare negli Usa, gli eventi atmosferici erano solo un noioso contorno alla giornata. In Piemonte poi, fa lo stesso tempo per almeno una settimana di fila, che sia pioggia o sole, quindi dopo il primo giorno c’é ben poco da discutere. Gli americani invece, come ben si sa, adorano parlare del tempo; un po’ perché é un argomento neutro, dove non si rischia di offendere la sensibilità di nessuno, un po’ perché, diciamocelo, ne  hanno da dire. Il Michigan in particolare é famoso per avere quelle giornate che loro chiamano four seasons in a day, ovvero quattro stagioni in un giorno, e non parlano della pizza! A me molto spesso, in primavera ed autunno, capita di accendere il riscaldamento e l’aria condizionata a poche ore di distanza. Merito anche delle case coibentate con i pop corn, credo. Quindi di inverno fa freddo, fino a meno quaranta come ho provato sulla mia pelle e d’estate fa caldo, anche fino a quaranta gradi. Caldo e umido che Bangkok al confronto sembra Varazze. Poi ci sono le stagioni intermedie, che sono brevi ed anche piacevoli. Soprattutto perché esplodono fiori, colori, animali (quelli non esplodono, se non forse i cervi nella stagione della caccia e gli opossum che attaccano i bidoni dell’immondizia del vicino sbagliato) e cieli pazzeschi, che qui negli Usa é tutto più grande, non solo le bottiglie di Pepsi. Da quando siamo qui abbiamo imparato a familiarizzare con espressioni come: tempesta di neve, temporale violento, allarme allagamento, caldo tropicale, che dette in inglese fanno ancora più paura tra l’altro. Ma oggi, per la prima volta, l’allarme é stato quello da me piú temuto: tornado.

Quando vivi in Italia i tornado sembrano robe lontanissime, che appartengono più al Mago di Oz che al mondo reale, mentre qui esistono eccome, e dove passano rasano tutto al suolo. Tanto che io ho ricevuto più di un opuscolo e anche istruzioni verbali sul cosa fare in tal caso. Certo sono più comuni al Sud, in Arkansas per esempio, ma anche in Michigan ci sono stati, ed han fatto più di un morto. Anche le tempeste di neve e gli allagamenti certo, ma quello che mi spaventa più di tutto, dei tornado e che sono imprevedibili e letali. Poi ammetto che anche l’aver letto, di recente, questo articolo, in cui una madre ha pubblicato gli ultimi sms col figlio che chiuso nel bagno aspettava l’arrivo del vortice, non ha aiutato a diminuire il pathos. Infatti non leggetelo. Che non c’é mica il lieto fine. Io vi ho avvertito eh.

L’allarme é arrivato nel primo pomeriggio, via sms dal servizio allerta nazionale, quello che ti avverte se ci sono pericoli imminenti nella zona in cui é il tuo cellulare. Non so come facciano e no ci tengo a saperlo, ma funziona anche se il più delle volte l’allarme é ampiamente sopravvalutato. Nel senso che se non decidi di andarti a fare una passeggiata nei boschi o una nuotata nel lago, sei tranquillo. Peccato che oggi sul telefonino sia apparsa la parola tornado e che Erre fosse appena partito per l’aeroporto in viaggio di lavoro mentre il Sauro grande era a scuola. Quindi mi ritrovavo sola. Io, il Baby Sauro e l’allarme. E le amiche con cui chattare, per fortuna. Ognuna nel suo basement. Ho iniziato a guardare Fox News, relativamente tranquilla, ma i toni del commentatore, che aveva interrotto tutte le altre trasmissioni per dare notizie sul da farsi, erano decisamente allarmanti. Per un po’ é stato abbastanza il panico, che non si capiva bene se il vortice c’era e quanto era potente e soprattutto dove cavolo stesse andando. Il commentatore era davvero in paranoia e mi stava trasportando con sé. Poi ho girato su ABC e il tizio nuovo aveva toni decisamente più pacati. Quindi, cara Fox Tv di Detroit, porcacciadiunamiseria, magari la prossima volta evita di far condurre il programma da uno che ha la fobia dei tornado. Non per essere razzisti, va benissimo uno che ha paura dei ragni o dei piccioni ma il tizio di oggi, lascialo a casa, nel seminterrato con la pentola della pasta in testa, come consigliano qui.

Quindi per un paio d’ore siamo rimasti io, il Baby Sauro e la tv, a fissare quelle nuvole rosse sul radar, a sentire i consigli, a chiederci che cosa ne sarebbe stato del nostro orto, piantato ieri di fresco. Pioveva si, ma qui quando piove piove, non quella roba da femminucce londinese, per dire. Ad un certo punto ha anche smesso e mi son chiesta se fosse quella la famosa calma prima della tempesta. E poi, chi lo sa se davvero piove quando c’é un tornado? Non c’é vento e basta? Devo rivedere il film, benedetto Bill Paxton… Poi hanno riniziato ad arrivare nuove allerte, per la nostra zona, che il tornado iniziale aveva per fortuna virato verso nord. A quel punto mi son trovata nel mezzo della scelta peggiore che una madre (sola in un paese straniero) possa fare: esco in macchina, col Baby Sauro al seguito, rischiando di metterlo in pericolo per andare a prendere il Sauro grande oppure lascio il Sauro grande a scuola, che in teoria dovrebbe essere un luogo sicuro e aspetto che passi? Davvero avrei potuto aspettare lontana da uno dei due bimbi? Ovviamente no, e chiunque ha un figlio, un cane o un amico del cuore, lo sa benissimo. Quindi ho controllato che il brutto brutto brutto dovesse arrivare alle 5. Erano le quattro e mezza, avevo mezz’ora per fare tutto, ho infilato il Baby Sauro ignaro e anche un po’ affamato in macchina e siamo partiti per la scuola, pregando si star facendo la scelta giusta.

Usciti dal nostro quartiere residenziale ho visto anche un cretino che faceva jogging e mi sono tranquillizzata. Una cosa é stare davanti alla tv a leggere notizie catastrofiche, un’altra é uscire, vedere che c’é vita là fuori, constatare che piove ma si é visto di peggio. Quindi sono arrivata a scuola, col Baby in braccio, relativamente tranquilla. (Siamo onesti, dico relativamente perché ho dovuto tentare sei volte il codice della porta di entrata prima di farlo giusto.)

Una volta nel corridoio delle classi ho visto tutti i bambini e le maestre seduti per terra. E ammetto che é stato panico.Un po’. E anche senso di colpa. Una cosa é immaginarlo, un’altra entrare in un luogo che ti é famigliare, dove lasci tuo figlio a cuor leggero, e renderti conto che probabilmente avrebbe potuto essere in pericolo anche lì. Avrei potuto andare prima, avessi sospettato. Mi han detto essere procedura standard ma comunque l’atmosfera non era rilassata neanche un po’. Il Sauro dal canto suo era allegro e blaterante. Mi si é avvicinato correndo, brandendo la sua calcolatrice delle Ninja Turtles che usa come finto telefono, dicendomi che aveva chiamato Batman. E Superman. Non credo abbia ben capito perché era finito nel corridoio seduto per terra a farsi leggere Caps For Sale (gran libro tra l’altro, il Sauro e i suoi compagni lo adorano!). Comunque é stato contento di venire a casa con me.

Piano piano sotto quintali di acqua, siamo tornati a casa. Piano piano ha smesso di piovere a dirotto e noi ci siamo stufati di guardare le nuove rosse alla tv e abbiamo girato su Phineas and Pherbs. Poi il Baby Sauro si é fatto un pisolino e noi abbiamo giocato ai Lego. E siamo sopravvissuti alla nostra prima allerta tornado.

Comunque una cosa l’ho imparata: non mi lamenterò mai più dei quindici giorni consecutivi di pioggia a marzo in Piemonte.

Every little thing is gonna be alright.

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E così, per sfuggire al terribile inverno del Michigan (che persiste a durare da fine ottobre), ci siamo rifugiati una settimana in Jamaica. La meta é stata scelta essenzialmente basandoci su tre criteri essenziali: il volo diretto, da Detroit, possibilmente con orari non troppo disumani e di durata accettabile; resort all inclusive, ma di quelli veri, dove tutto tutto é incluso, dal rum al baby club e ovviamente caldo, palme, mare cristallino.

Quindi, caricati pannolini, creme da sole, palette e secchielli, magliette da bagno, orsi per la nanna e tutta quella serie di amenità che distingue una vacanza da adulti – costume/pareo/infradito – da una vacanza con mocciosetti al seguito e soprattutto caricati chili di cibo per il Baby Sauro che procede come un treno con lo svezzamento ∗ e mangia come un piccolo lupo affamato alla faccia di suo fratello anche detto Posh Spice, siamo partiti.

Della Jamaica in sé, ahimè, abbiamo visto poco che viaggiare con un tre-enne e un cinque-mesenne ha comunque i suoi limiti, quindi niente catena umana per salire in punta alle Dunn’s Riever Falls, niente discesa col bob giù in mezzo alla foresta, niente bagno con i delfini e soprattutto niente photogallery di me che uscivo dalle acque come Honey Ryder/Ursula Andress (col fisico di Ursula della Sirenetta, però) nel James Bond Dr. No, sulla spiaggia in cui hanno girato il film, che era proprio lì a due passi. So che avreste gradito. In compenso ho visto il verde più verde che esista dei prati e degli alberi, visto un sacco di uccelli pazzeschi, scoperto che se noi hai una capretta al guinzaglio fuori di casa non sei nessuno e che in Jamaica si guida al contrario, come in Inghilterra. E anche che il jamaicano non ha niente a che vedere con l’inglese. Cioé in teoria si, ma in pratica é tutto uno slang biascicato loro waaaasssupppppmaaaaaannn e yooooobbudddddddyyy, che ti sembra di prenderli per il culo ma in realtà loro parlano così sul serio.

I jamaicani sono sempre felici e allegri e canterini. Le ragazze che gestivano il kids club sono diventate delle mamme per il Baby Sauro dopo il primo giorno e se lo spupazzavano adoranti chiamandolo My Boyfriend mentre io bevevo piñacolada in piscina. Il fatto che il villaggio fosse uno dei tre nei Caraibi che ospita i personaggi di Sesame Street poi é stato un super plus per il Sauro grande, che una cosa é lasciarlo in piscina con la maestra, un’altra sugli scivoli acquatici il Cookie Monster all’urlo di Coooooowabunga! Quindi per qualche ora, io ed Erre ce ne siamo stati soli, a godercela, come non capitava almeno da tre anni e mezzo. Un paradiso. (Nonostante abbia testato sulla mia pelle l’innegabile verità, che i genitori, senza figli, passano il tempo a parlare dei figli.)

Peccato solo che i maschi jamaicani siano abituati alle comitive di donne che vanno lì per divertirsi (con loro, intendiamoci… Una sorta di turismo sessuale al femminile, qui un articolo con i miei complimenti all’autrice per la scelta del titolo) quindi ogni qual volta mi trovavo sola, entro cinque minuti mi vedevo arrivare il maschio di turno che faceva vagamente il marpione. Niente di che, davvero, anche perché appena subodoravano che non eri interessata, si dileguavano con profusione di sorrisi. Ma alla lunga é un po’ pesante, soprattutto se davvero non hai altro desiderio che stare mezz’ora sulla veranda di camera tua a bere birra senza sentire frasi che inizino con: mamma-mamma-mamma.

Quindi dopo sette giorni di paradiso, rallegrati dai nostri amici Red Stripe e Bloody Mary, ce ne siamo tornati, rigenerati e anche vagamente abbronzati, in Michigan. Qui piove e ci sono 13 gradi. Baby don’t worry, about the things.

∗ A proposito di svezzamento, il Metodo Gattini é stato ospite di Mamme all’Estero, proprio per parlare di quello. Leggete qui.

If you haven’t got bananas don’t be blue, peanuts in a little bag are calling you.

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Ogni tanto mi dimentico che i miei bambini sono più americani che italiani. A parte il Baby Sauro che é nato qui, anche il Sauro, ad oggi, ha passato più vita negli Usa che nel Bel Paese. Non che cambi un granché effettivamente, la cosa più macroscopica, a parte la lingua ovviamente, é la differenza di gusti alimentari. Mentre noi grandi ancora abbiamo l’occhio lucido al solo pensiero della focaccia di Recco o ci commuoviamo ogni volta che postate un cappuccino e cornetto su Instagram, loro hanno il palato americano. Nella fattispecie, facendomi violenza rispetto alle mie abitudini di mamma italiana che fa i pan goccioli in casa (io no, ma ne conosco eh!), mi trovo a servire una serie di alimenti che mi farebbero sputare in un occhio dal Piccolo Lucio

Innanzi tutto il peanut butter, il burro di noccioline più tipico della letteratura americana dagli anni 50 in avanti. Che fino a poco fa io ero assolutamente contraria a comprare perché mi sembrava una schifezza immangiabile. Poi ho iniziato ad ascoltare i nutrizionisti, qui, soprattutto quando avevo bisogno di proteine e nutrienti per allattare e contemporaneamente  cercare di far richiudere la mia ferita balenga del cesareo che era rimasta aperta da un lato. Tutti mi dicevano che dovevo mangiare bene, idratarmi e mettere un cucchiaio extra di burro di noccioline nella mia colazione. Cosí ho iniziato ad assaggiarlo e piano piano é iniziato a piacermi, con quel gusto bizzarro dolce e salato. Il Sauro lo adora. Adora i panini con il burro di noccioline e la marmellata di fragole e soprattutto adora qualsiasi cosa della marca Reese’s, che fa dolci il cui ingrediente principale é appunto il peanut butter. E comunque se non credete faccia bene, leggete qui.

Poi gli hot dog, quelli che io avevo chiamato wurstel alla baby sitter la prima volta che é venuta da noi e mi ha guardato come se stessi dicendo di dare il cianuro al bambino. A casa nostra un hot dog non si nega a nessuno, sia a merenda che a colazione. E lo so che son fatti principalmente con le palle degli occhi e gli zoccoli delle mucche, ma piacciono.

Qualsiasi cosa contenga la parola fingers: cheese fingers, chicken finghers, fish fingers. Che non sono altro che formaggio/pollo/platessa impanata. Quelli che vanno per la maggiore sono quelli da microonde ovviamente, che spesso hanno anche forme bizzarre; pesci, dinosauri, Spongebob. E neanche un po’ di petto di pollo, secondo me.

Mac and Cheese, che di per sé son maccheroni ai quattro formaggi e se ne mangiano anche di buoni, ma quelli che piacciono al Sauro sono una sottospecie infima marca Kraft. Si infila la pasta dura, nel suo apposito contenitore di plastica, con dell’acqua nel micoonde (t’oh guarda) e si scaldano per tre minuti in modo che la pasta si ammolli e diventi lumachiforme. Dopo di che si apre la bustina di formaggio in polvere, color arancione fluo e si aspetta che avvenga la magia, ovvero che il tutto si amalgami con consistenza di slimer. Anche questi hanno forme di Dora l’Esploratrice o di Monster University.

Fruit Punch, ovvero succhi di frutta multi frutta e verdura. Kiwi/fragola/spinaci e carota o mango/banana/zucca e pomodoro. Giuro. Più hanno colori improbabili e odori bizzarri, più piacciono. Altro che il buon vecchio succo all’albicocca nel bottiglino di vetro.

Mashmellows giganti. Anche dieci per volta, glielo permettessi.

Gelatine vitaminizzate plasticose che “hanno gli stessi nutrienti di un frutto”, dicono loro. E chi siamo noi per non crederci?

Yogurt gusto zucchero filato o Oreo o cheesecake. O bi-gusto: chewing gum e papaya.

E l’ultima nuova entrata: il latte di mandorle. Che in effetti non ha niente a che vedere con quello siciliano che c’é da noi. A vedersi (e assaggiarsi) é latte normale ma in effetti non é animale ma vegetale. Noi prendiamo quello al cioccolato. Ho iniziato un po’ per scherzo, avendomene parlato un’amica americana che aveva il figlio allergico ai latticini e il Sauro lo ha adorato da subito. Ormai vuole solo piú quello e a quanto pare dovrebbe avere più calcio e meno grassi, quindi per me va anche meglio. Meno mucche, più mandorli in fiore.

Il baby Sauro, dal canto suo, sta giá iniziando lo svezzamento con un buonissimo omogenizzato pesca e zucca…

You were bigger, brighter and whiter than snow.

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Oggi alla Sauro-scuola era il giorno delle fotografie, il Picture Day, evento tipicamente americano e da me, ovviamente amatissimo. Credo che a chiunque sia capitato di vedere in un film o una serie tv americana, dai Simpsons a Footloose, abbia idea di cosa siano quelle foto con il fondale spugnato e i vestiti della festa. Quindi questa mattina, sfidando la neve (ebbene si, ancora), la batteria della mia macchina che ha deciso di morire sul più bello e i capelli del Sauro che si é svegliato come se avesse infilato le dita nella presa, siamo partiti alla volta del Picture Day.

Ho abbottonato camicie, ingellato capelli ribelli, fatto pratica di sorrisi, lavato denti, allacciato scarpe e  persino infilato il Baby Sauro in un’adorabile scomodissima tutina rigata con tanto di colletto. Gli avevo anche messo le scarpe ma sono andate perse tra le bestemmie (mie) e i pianti (suoi) della macchina che non partiva.

Arrivati finalmente a scuola ci hanno mandato nella stanza dove una fotografa faceva avvenire il suo miracolo. Aveva tanto di luci, cavalletti, teli bianchi e tutte quelle robe da professionisti. Prima di noi c’era un compagno del Sauro. Aveva il basco, il panciotto mille bottoni e l’aria di uno che non si stava divertendo per niente. Perché per tanto che io abbia pensato che forse la cravatta fosse un po’ troppo, l’americano non ha ritegno nell’agghindare i bambini per la fotografia scolastica: ho visto con i miei occhi abiti da sposa, pon pon girls, piccoli marines e neonati in giacca di pailettes. Mentre l’altr’anno la foto del Sauro aveva il tipico sfondo marmoreo di tutte le foto americane da annuario da qui agli anni ’60 (questo, per intenderci), quest’anno, forse perché era la sessione primaverile (quella invernale l’avevamo persa per malattia), lo sfondo era un bel boschetto verdeggiante. La cosa più buffa però é che il Sauro é stato adagiato su di un drappo di vellutino verde, un mix tra un prato e una tenda di Via col Vento. Fargli le foto é stato facile, avevamo fatto così tanta pratica di sorrisi che é arrivato lì con una paralisi facciale. Quindi é stato il momento della foto di coppia, Sauro e Baby.

Ovviamente il fratello grande non era per niente entusiasta della cosa e ha collaborato ben poco, soprattutto nella salda presa del fratello onde evitare che rovinasse giù dal finto boschetto. La scaltra fotografa però aveva pensato anche a questo: ha messo un’assistente, coperta dal drappo, a tenere il Baby in modo che non cadesse e allo stesso tempo, così ricoperta, fungesse da collinetta erbosa o roccia muschiosa. La stessa cosa é valsa per le baby foto in solitaria. Il BabySauro é stato adagiato su uno di quei cuscini a C, ma sempre ricoperto dal drappo truffaldino, in modo che sembrasse seduto nel centro di un cratere erboso.

Ha poi usato una serie di accorgimenti che facevano capire avesse più esperienza lei di papa Giovanni, con i marmocchi. Innanzi tutto era dotata di salviette umidificate: nel giro di un nano secondo ha pulito un naso colante e asciugato un rigurgito lattoso. Poi, come fare ad attirare lo sguardo di un neonato che ovviamente avrà non solo l’occhio vacuo di uno che se la stava bellamente dormendo nell’ovetto fino ad un minuto prima ma che oltretutto si ostina a guardare dall’altra? Basta un piumino per la polvere arcobaleno. Se agitato e correlato dei giusti versetti, attirerebbe anche le attenzioni di Brontolo. E soprattutto bisogna avere i riflessi di Ben Johnson, nell’immortalare il preciso secondo in cui entrambi i bambini guardano in camera, sorridono, non si scaccolano, non fanno gli occhi storti o il broncio. Se avete figli, nipoti o bambini preferiti e avete mai provato a fotografarli, sapete di cosa parlo.

E il tutto non é durato più di cinque minuti. Ora bisognerà aspettare due o tre settimane per vederne i risultati. Le aspettative sono già altissime.

How does it feel the weight of the steel?

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Ai bei tempi, la domenica era per dormire fino all’ora di merenda, dedicarsi alla nobile arte del cazzeggio selvaggio e se poi proprio si aveva voglia di una botta di vita, andare a mangiare la pizza con gli amici o al cinema.

Oggi invece, mi son svegliata alle sette e mezza – non di mia spontanea volontà, ma poco cambia – ho preparato due biberon, fatto colazione, vestito i bambini, giocato con i Lego. Preparato armi e bagagli, abbiamo guidato fino a Detroit, sfidando la morte, visto che l’autostrada chiude per rifacimento tra un paio di settimane ed é completamente allo sfascio, con buchi di un metro per due, causati dal tempodemerda che abbiamo avuto quest’inverno.  Visto la mostra sui Samurai al Detroit Institute of Art (i samurai son proprio fighi, sapete, e poi tutti quegli spadoni sono piaciuti un sacco al Sauro, anche se il pezzo forte é stato il video dello spettacolo teatrale, dove il samurai vestito da donna si trasformava in demone, l’abbiamo visto e rivisto in loop) poi abbiamo fatto il brunch in questo posto meraviglioso, la Kresge Court, con tanto di pianista. Tornati a casa, ri-sfidato la morte sull’autostrada a gruviera, nel frattempo i bambini si sono addormentati. Almeno uno su due, che è una buona media. Cosí io ne ho approfittato per andare da Cotsco a fare la spesa grande – che fare qualcosa di meno da Cotsco é ben difficile visto che la confezione più piccola di qualsiasi cosa é larga un metro e pesa 8 chili. Casse di acqua, tovaglioli, detersivo, latte in polvere. Passata da Target a comprare il latte fresco e questa mitica coperta/cucino/materassino per la nanna all’asilo (ah il pragmatimo americano! Soprassediamo sul fatto che sia 100% sintetica e made in Cina, dopotutto ricordiamo i bambini americani in classe dormono con le scarpe.) Sulla via del ritorno, una delle mamme della play date, quella che abita vicinissimo a noi, mi ha chiesto se potevano ritornare a giocare da noi. Delirio di onnipotenza e sentimento di accettazione che neanche Lindsay Lohan il primo giorno al tavolo delle Mean Girls. Allora ci vogliono bene! (….proprio adesso che vediamo il rientro in patria all’orizzonte – e facciamo tantissimi gattini a riguardo) Quindi play date, con meno ansia da prestazione, meno cibo biologico e una casa decisamente meno pulita. Dopo di che, quando mamma e bimba son tornate a casa per cena (sei e un quarto, più o meno… ora papabilissima per la cena americana della domenica) io e il Sauro abbiamo cucinato pollo fritto (al forno!) pannocchie di mais bollite, burrata e pomodori neri (si chiamano Black Krim, non so se esistano in Italia, ma qualora provateli, sono stupendi). Funny faces di frutta, ovvero pezzi di frutta (varia, mica solo una che é troppo facile) arrangiate in un patto in modo da fare faccette sorridenti, complete di barba, capelli e orecchini. Sfamato il baby Sauro che ha iniziato lo svezzamento con la pappa d’avena, ed é un mangiatore professionista, per contrappasso con suo fratello, detto SkinnySauro. Ora ci prepariamo a dormire, lavaggio denti, pigiama, libri e poi, se dio vuole, zombie – sia nel senso di guardare una puntata di Walking Dead, che noi, sfiniti, a letto!

Fly me to the moon and let me play among the stars.

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E così ci siamo, a 39 mila piedi sopra la Groenlandia, il primo volo aereo del BabySauro.
Mentre il Sauro grande è un veterano del cielo, che se ne arriva con il suo zainetto, si siede a sgranocchiare pretzel sorseggiando succo di arancia guardando Piovono Polpette 2, mentre col BabySauro ero un po’ più preoccupata. Invece fin qui tutto bene, e mancano 3.59 a destinazione.

Ecco i miei consigli se vi dovesse capitare di dover affrontare un volo intercontinentale con un neonato, il mio nella fattispecie ha 10 settimane:

– scegliere, potendo, giorni infrasettimanali per volare. Più l’aereo è vuoto più il personale chiuderà un occhio sul vostro bagaglio in sovrappeso che con i bambini si fa presto a raggiungere i 23 kg. Inoltre negli aerei con meno persone, le hostess avranno più tempo per voi. E se proprio siete fortunati magari avrete anche un posto vuoto vicino per allungare le gambe.

– prenotate in anticipo, e chiedete di avere il posto con la culletta. La cosa migliore per riuscire ad ottenerla è chiamare la compagnia aerea e prenotare con loro, in alternativa passare da una agenzia viaggi. Se l’offerta irripetibile la trovare solo su Expedia invece, lasciate una nota al momento della prenotazione e una volta ottenuto il numero di biglietto chiamate la compagnia aerea e dite quali sono le vostre esigenze. Non sperate che facciano loro il collegamento tra la data di nascita del vostro bambino e il posto assegnato perché non funziona. Ci saranno altri bambini che vorranno a tutti i costi la vostra cullina, quindi fight for it!
Se poi, come me per questo viaggio, avete la possibilità di avere un posto tutto per il neonato, potete portare direttamente un seggiolino e farlo dormire lì. (Non illudetevi, vorrà comunque dormire in braccio a voi ma almeno starete un po’ più larghi)

– Fate il check in online. Si può fare da 24 ore prima del vostro imbarco e spesso chi meglio arriva meglio alloggia. Controllate di avere i posti vicini, soprattutto per i bambini, le compagnie aeree non potrebbero farli sedere lontano ma per riempire i voli lo fanno eccome e non è sempre detto che troviate la persona disposta a lasciare il suo posto lato finestrino per farvi viaggiare vicino ai vostri bimbi.

– non tutte le compagnie aeree hanno la stessa cura per i passeggeri o attenzione per le mamme ed i bambini che, diciamolo, sono delle gran seccature. Per mia esperienza personale, poi ovviamente esistono le eccezioni che grazie al cielo il personale di volo è fatto prima di tutto di persone, evitate l’Air France. Le hostess francesi odiano i bambini, i miei se non altro. Quelle Delta li mal sopportano, però regalano le spille con le ali che il Sauro adora.
Oggi voliamo Lufthansa. Ho avuto extra bevande, giochi per il Sauro, menu bimbo (su Delta ad esempio, anche se richiesto al momento della prenotazione, una volta su due magicamente scompare), un sacco di sorrisi e la hostess mi ha persino spacchettato il vassoio della cena perché potessi mangiare allattando.

– ricordatevi che i neonati non sanno quello che succede quindi al decollo e all’atterraggio fate si che ciuccino, tetta o ciuccio, in modo da non avere quella sensazione di orecchie tappate che loro non capiscono e li fa strillare. Una hostess Tap, col Sauro, mi aveva anche consigliato di coprirgli le orecchie con due bicchierini di carta, tipo quelli del caffè delle macchinette, per evitare che gli facessero male ma è una teoria che non ho mai sperimentato (ed ho sempre avuto un po’ il dubbio che mi stesse a pija per culo…)

– portate tutto extra, tanto se avete un neonato siete già abituati a girare carichi come muli da soma. Extra pannolini, ricambi, salviette. Non si sa mai cosa può succedere, i voli ritardano, i pannolini esondano. Meglio il mal di schiena che un bambino vestito con i sacchetti per il vomito perché si è cagato su tutto il resto.

– ultimo e mio personalissimo must: portate una maxi sciarpa di cotone. Proteggerà il vostro collo dall’aria condizionata, potrete usarla come coperta per il bimbo, ci coprirete il décolleté se dovete allattare o l’ovetto per oscurare la luce dei neon che gli spareranno in faccia appena si sarà addormentato.

E poi, tranquilli. I bambini amano volare, sono gli adulti che lo odiano.
In questo preciso momento, gran turbolenza in volo, io scrivo con le mani che sudano e il BabySauro mi guarda tranquillo, cullato da questi stessi sobbalzi che a me fanno fermare il cuore.

Ultima cosa… qualora abbiate un po’ di tempo, esercitatevi a fare le cose con una mano sola, che con un bambino in braccio è tutto più difficile.
In particolare mettersi le cuffie per guardare un film.
Adesso provare, prendere un paio di cuffie, tipo quelle che vi danno in volo, e indossatele con una mano sola.
Ne avete una su un occhio e l’altra sulla nuca? Avete spostato tutti i capelli e avete un’acconciatura alla cugino it? Riuscite a metterle solo sul colmo della testa. Ecco. Vi capiterà di farlo, quindi allenatevi che almeno vi potrete guardare un film in volo visto che con i bambini non si dorme.

Io vado a vedere Blue Jasmine.