Every little thing is gonna be alright.

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E così, per sfuggire al terribile inverno del Michigan (che persiste a durare da fine ottobre), ci siamo rifugiati una settimana in Jamaica. La meta é stata scelta essenzialmente basandoci su tre criteri essenziali: il volo diretto, da Detroit, possibilmente con orari non troppo disumani e di durata accettabile; resort all inclusive, ma di quelli veri, dove tutto tutto é incluso, dal rum al baby club e ovviamente caldo, palme, mare cristallino.

Quindi, caricati pannolini, creme da sole, palette e secchielli, magliette da bagno, orsi per la nanna e tutta quella serie di amenità che distingue una vacanza da adulti – costume/pareo/infradito – da una vacanza con mocciosetti al seguito e soprattutto caricati chili di cibo per il Baby Sauro che procede come un treno con lo svezzamento ∗ e mangia come un piccolo lupo affamato alla faccia di suo fratello anche detto Posh Spice, siamo partiti.

Della Jamaica in sé, ahimè, abbiamo visto poco che viaggiare con un tre-enne e un cinque-mesenne ha comunque i suoi limiti, quindi niente catena umana per salire in punta alle Dunn’s Riever Falls, niente discesa col bob giù in mezzo alla foresta, niente bagno con i delfini e soprattutto niente photogallery di me che uscivo dalle acque come Honey Ryder/Ursula Andress (col fisico di Ursula della Sirenetta, però) nel James Bond Dr. No, sulla spiaggia in cui hanno girato il film, che era proprio lì a due passi. So che avreste gradito. In compenso ho visto il verde più verde che esista dei prati e degli alberi, visto un sacco di uccelli pazzeschi, scoperto che se noi hai una capretta al guinzaglio fuori di casa non sei nessuno e che in Jamaica si guida al contrario, come in Inghilterra. E anche che il jamaicano non ha niente a che vedere con l’inglese. Cioé in teoria si, ma in pratica é tutto uno slang biascicato loro waaaasssupppppmaaaaaannn e yooooobbudddddddyyy, che ti sembra di prenderli per il culo ma in realtà loro parlano così sul serio.

I jamaicani sono sempre felici e allegri e canterini. Le ragazze che gestivano il kids club sono diventate delle mamme per il Baby Sauro dopo il primo giorno e se lo spupazzavano adoranti chiamandolo My Boyfriend mentre io bevevo piñacolada in piscina. Il fatto che il villaggio fosse uno dei tre nei Caraibi che ospita i personaggi di Sesame Street poi é stato un super plus per il Sauro grande, che una cosa é lasciarlo in piscina con la maestra, un’altra sugli scivoli acquatici il Cookie Monster all’urlo di Coooooowabunga! Quindi per qualche ora, io ed Erre ce ne siamo stati soli, a godercela, come non capitava almeno da tre anni e mezzo. Un paradiso. (Nonostante abbia testato sulla mia pelle l’innegabile verità, che i genitori, senza figli, passano il tempo a parlare dei figli.)

Peccato solo che i maschi jamaicani siano abituati alle comitive di donne che vanno lì per divertirsi (con loro, intendiamoci… Una sorta di turismo sessuale al femminile, qui un articolo con i miei complimenti all’autrice per la scelta del titolo) quindi ogni qual volta mi trovavo sola, entro cinque minuti mi vedevo arrivare il maschio di turno che faceva vagamente il marpione. Niente di che, davvero, anche perché appena subodoravano che non eri interessata, si dileguavano con profusione di sorrisi. Ma alla lunga é un po’ pesante, soprattutto se davvero non hai altro desiderio che stare mezz’ora sulla veranda di camera tua a bere birra senza sentire frasi che inizino con: mamma-mamma-mamma.

Quindi dopo sette giorni di paradiso, rallegrati dai nostri amici Red Stripe e Bloody Mary, ce ne siamo tornati, rigenerati e anche vagamente abbronzati, in Michigan. Qui piove e ci sono 13 gradi. Baby don’t worry, about the things.

∗ A proposito di svezzamento, il Metodo Gattini é stato ospite di Mamme all’Estero, proprio per parlare di quello. Leggete qui.

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But I’m only human.

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E cosí dopo un mese di amici, aperitivi, abbracci, focacce, nipotini, croissant, cene, code alle poste, passeggiate in via Garibaldi con 15 gradi e il sole, playdate con i cugini, influenze, arrabbiature per la mancanza di parcheggi e fasciatoi, regali, pizze e bicchieri di Dolcetto, siamo tornati al terrificanti menoventi del Michigan. Con una convinzione, sopra tutto: vivere al freddo é terrificante. Il dolore fisico che ti provoca il vento gelido sulla faccia, la scomodità di uscire con un neonato intabarrato come uno sciatore con la paura che geli nel suo seggiolino in auto, il ghiaccio ovunque che fa scivolare macchine e persone. Per non parlare del fatto che il freddo ammazza la convivialità… Uscire, far cose, vedere gente, deve valerne proprio proprio la pena se no casa, divano e cioccolata calda vincono di gran lunga.

In Italia invece é stato tutto uscite e amici. Passeggiate e cene goliardiche. Soleinfaccia e brindisi prima agli arrivi e poi alle partenze. Compleanni speciali e abbracci così per. E nonostante tutto non siamo riusciti a vedere e a fare tutto quello che avremmo voluto. Ormai io ci sono abituata, é la Maledizione dell’Expat: non importa quanto tempo tu abbia, non importa quanto prima tu organizzi e avverta tutti, non riuscirai mai ad accontentare tutti, ad abbracciare tutti a portare regali a tutti. Io ormai lo so e mi son messa il cuore in pace. Deluderò qualcuno, qualcuno sarà offeso dal fatto che non ce l’avrò fatta ad organizzare, chi mi vuol bene capirà e mi dirà “non preoccuparti, alla prossima”. Muoversi con due bambini non é sempre facile. Un neonato ha tempi tecnici di poppate/cambi pannolini/nanne e strilli (anzi voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno accolto ad allattare e cambiare cacche nei miei giorni italiani) e spesso, lo ammetto, ho barattato un aperitivo con un’amica con un’ora di sonno che non avevo potuto fare la notte precedente. Poi me ne sono anche pentita, ma tant’é. In piú il Sauro, come ogni volta che torniamo in Italia, si é beccato l’influenza facendomi come sempre apprezzare i super vaccinati bambini americani, o forse é solo sto climademerda che li tempra fin nella culla. Marito latitante “Che non vedo mai i miei amici, vuoi che non esca, faccia, brighi?”, e per carità, signora mia, lo faccia uscire sto pover’uomo. Io non posso pretendere che chi resta, annulli i suoi piani mensili sono per incastrarli con i miei e allo stesso tempo io son costretta a fare delle scelte che non vorrei fare e soprattutto che non sono dettate dal chi vorrei vedere di piú, ma dal chi, per caso, é a portata di mano nella finestra che ho io tra una poppata e un sonnellino. Un parcheggio trovato o meno. Una scena del Sauro che non so se per gelosia, mancanza di disciplina o innata capacità di rompere le scatole, in Italiaha dato il peggio di sé.

Nonostante i rammarichi di quello che sarebbe stato se; quello che é stato, é stato bellissimo. Per tutti i messaggi di “mi spiace che non ci siam visti” (con toni piú o meno colpevolizzatori) ci sono stati abbracci “sta sera é stato fantastico”. Per tutti i “mi dispiace non ci sono”, ci son stati altrettanti “é stato bello vederci”. Grazie per averci abbracciato, per aver badato ai nostri figli anche quando erano odiosi e urlanti, grazie per i regali, dai croissant ai regali di natale custoditi per mesi, grazie per esserci ancora anche se quando ne avevate bisogno noi eravamo dall’altra parte dell’oceano.

In questo interminabile inverno del Michigan, quando siamo a marzo e ancora siamo a meno venti, quando entro al supermercato e mi aggiro in cerca di qualcosa di commestibile e non potenzialmente letale, quando vorrei uno spritz e alzare il telefono per  dire una scemata, invece che scriverla in una mail, quando vi mando una foto dai camerini di Target, invece che fare shopping con voi, amiche mie, quando apro Skype e non c’é nessuno online perché dormite tutti, quando vorrei fare solo 3 metri dalla mia cucina alla sua e farmi prendere a male parola da B1, ecco, come diceva Michael Jackson, you will be there.

Fly me to the moon and let me play among the stars.

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E così ci siamo, a 39 mila piedi sopra la Groenlandia, il primo volo aereo del BabySauro.
Mentre il Sauro grande è un veterano del cielo, che se ne arriva con il suo zainetto, si siede a sgranocchiare pretzel sorseggiando succo di arancia guardando Piovono Polpette 2, mentre col BabySauro ero un po’ più preoccupata. Invece fin qui tutto bene, e mancano 3.59 a destinazione.

Ecco i miei consigli se vi dovesse capitare di dover affrontare un volo intercontinentale con un neonato, il mio nella fattispecie ha 10 settimane:

– scegliere, potendo, giorni infrasettimanali per volare. Più l’aereo è vuoto più il personale chiuderà un occhio sul vostro bagaglio in sovrappeso che con i bambini si fa presto a raggiungere i 23 kg. Inoltre negli aerei con meno persone, le hostess avranno più tempo per voi. E se proprio siete fortunati magari avrete anche un posto vuoto vicino per allungare le gambe.

– prenotate in anticipo, e chiedete di avere il posto con la culletta. La cosa migliore per riuscire ad ottenerla è chiamare la compagnia aerea e prenotare con loro, in alternativa passare da una agenzia viaggi. Se l’offerta irripetibile la trovare solo su Expedia invece, lasciate una nota al momento della prenotazione e una volta ottenuto il numero di biglietto chiamate la compagnia aerea e dite quali sono le vostre esigenze. Non sperate che facciano loro il collegamento tra la data di nascita del vostro bambino e il posto assegnato perché non funziona. Ci saranno altri bambini che vorranno a tutti i costi la vostra cullina, quindi fight for it!
Se poi, come me per questo viaggio, avete la possibilità di avere un posto tutto per il neonato, potete portare direttamente un seggiolino e farlo dormire lì. (Non illudetevi, vorrà comunque dormire in braccio a voi ma almeno starete un po’ più larghi)

– Fate il check in online. Si può fare da 24 ore prima del vostro imbarco e spesso chi meglio arriva meglio alloggia. Controllate di avere i posti vicini, soprattutto per i bambini, le compagnie aeree non potrebbero farli sedere lontano ma per riempire i voli lo fanno eccome e non è sempre detto che troviate la persona disposta a lasciare il suo posto lato finestrino per farvi viaggiare vicino ai vostri bimbi.

– non tutte le compagnie aeree hanno la stessa cura per i passeggeri o attenzione per le mamme ed i bambini che, diciamolo, sono delle gran seccature. Per mia esperienza personale, poi ovviamente esistono le eccezioni che grazie al cielo il personale di volo è fatto prima di tutto di persone, evitate l’Air France. Le hostess francesi odiano i bambini, i miei se non altro. Quelle Delta li mal sopportano, però regalano le spille con le ali che il Sauro adora.
Oggi voliamo Lufthansa. Ho avuto extra bevande, giochi per il Sauro, menu bimbo (su Delta ad esempio, anche se richiesto al momento della prenotazione, una volta su due magicamente scompare), un sacco di sorrisi e la hostess mi ha persino spacchettato il vassoio della cena perché potessi mangiare allattando.

– ricordatevi che i neonati non sanno quello che succede quindi al decollo e all’atterraggio fate si che ciuccino, tetta o ciuccio, in modo da non avere quella sensazione di orecchie tappate che loro non capiscono e li fa strillare. Una hostess Tap, col Sauro, mi aveva anche consigliato di coprirgli le orecchie con due bicchierini di carta, tipo quelli del caffè delle macchinette, per evitare che gli facessero male ma è una teoria che non ho mai sperimentato (ed ho sempre avuto un po’ il dubbio che mi stesse a pija per culo…)

– portate tutto extra, tanto se avete un neonato siete già abituati a girare carichi come muli da soma. Extra pannolini, ricambi, salviette. Non si sa mai cosa può succedere, i voli ritardano, i pannolini esondano. Meglio il mal di schiena che un bambino vestito con i sacchetti per il vomito perché si è cagato su tutto il resto.

– ultimo e mio personalissimo must: portate una maxi sciarpa di cotone. Proteggerà il vostro collo dall’aria condizionata, potrete usarla come coperta per il bimbo, ci coprirete il décolleté se dovete allattare o l’ovetto per oscurare la luce dei neon che gli spareranno in faccia appena si sarà addormentato.

E poi, tranquilli. I bambini amano volare, sono gli adulti che lo odiano.
In questo preciso momento, gran turbolenza in volo, io scrivo con le mani che sudano e il BabySauro mi guarda tranquillo, cullato da questi stessi sobbalzi che a me fanno fermare il cuore.

Ultima cosa… qualora abbiate un po’ di tempo, esercitatevi a fare le cose con una mano sola, che con un bambino in braccio è tutto più difficile.
In particolare mettersi le cuffie per guardare un film.
Adesso provare, prendere un paio di cuffie, tipo quelle che vi danno in volo, e indossatele con una mano sola.
Ne avete una su un occhio e l’altra sulla nuca? Avete spostato tutti i capelli e avete un’acconciatura alla cugino it? Riuscite a metterle solo sul colmo della testa. Ecco. Vi capiterà di farlo, quindi allenatevi che almeno vi potrete guardare un film in volo visto che con i bambini non si dorme.

Io vado a vedere Blue Jasmine.

You might think that I can’t take it, but you’re wrong.

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Mentre qui imperversa la bufera artica, con quella piacevole brezza che fa diminuire la temperatura di altri dieci grandi, neve che scende copiosa praticamente sempre, tanto che ci si trova a stupirsi “T’oh guarda, non nevica” e strade ovviamente impercorribili soprattutto con un neonato che rischia l’ipotermia nel sedile dietro, io mi ritrovo a fissare con amore lo schermo del cellulare, che proietta il meteo di Torino: 4 la minima e 12 la massima. Dodici. Esattamente 25 gradi in più che qui, sta mattina.

E poi dicono che gli americani parlano sempre del tempo. Ci credo bene con sto <em>tempodimerda</em>! Comunque vivere in ghiacciaia, se si bypassano tutte le orrende e ovvie conseguenze, dalla sepoltura in casa alle bollette triplicate, ha anche i suoi vantaggi:

  •  esco meno, quindi spendo meno (che giá da sola, questa cosa é una vittoria)
  • ho finalmente il tempo di guardare tutti gli arretrati televisivi accumulati in questi due mesi, dall’episodio natalizio di Downton Abbey, a Klondike, nuova miniserie di Discovery Channel con un pregiatissimo Rob Snow.
  • la neve copre tutte le magagne di casa mia, dalla distruzione caccosa provocata dall’ondata migratoria di uccellini nel mio patio al pavimento davanti alla porta del retro, cosparso di macchie fluo di playdoh disciolto. (Se volete spiegazioni chiedete a B1…)
  • i bambini non si ammalano, nonostante sia flu season perché, e questa è una mia personalissima teoria, manco i bacilli dell’influenza sopravvivono a -20 mentre in Italia siete in piena ondata di nasi colanti e febbri sudaticce. Che ovviamente beccheremo in pieno tra una settimana, ma almeno ci saranno 12 gradi.

Dodici, me lo ripeto come un mantra mentre metto i costumi da bagno in valigia.

Nel frattempo Detroit non è mai stata così affascinante. Nonostante la bancarotta, il tasso elevatissimo di criminalità e la mancanza di illuminazione stradale, di cui tanto parlano i quotidiani, io la sto scoprendo e amando. Che Detroit è un po’ come dicevano i professori di me, al liceo: ha un gran potenziale ma non si applica. Ha dei musei pazzeschi, in primis il Detroit Institute of Art, proprio quello che é agli onori della cronaca perché la città sta pensando di vendere le sue opere, per ripagarsi il debito accumulato in questi anni. Quello con la Hall con i murales di Diego Rivera, che da sola vale la visita alla città, se ascoltate me. L’architettura è favolosa, nonostante o forse proprio a causa della decadenza. Le case disabitate e in rovina cosparse di graffiti. I grattacieli vuoti, di cui é rimasto solo lo scheletro. I vialoni, come a Torino. I teatri, i piccoli club jazz, dei quali posso solo leggere perché per ora sono ancora troppo legata al BabySauro per pensare di avere una vita sociale. Però siamo andati alla serata di Beneficenza per l’inaugurazione del Salone dell’Auto ed é stato bellissimo. Truccarsi (male), mettersi i tacchi, comprare un vestito (di una taglia piú grande del normale). Uscire con una micro pochette, senza pannolini, cambi, salviette, ciucci e giochi. Lasciare i bimbi con la babysitter anche se il Baby sauro era reduce da un giornatone, conclusosi con una bella dose imprevista di vaccinazioni. Dose americana ovviamente.

La giusta dose di senso di colpa e la giusta dose di gattini, un ristorante sul fiume con la vista sul Canada, ed é stata una serata magnifica.

Everybody’s gone surfin’, surfin’ USA – part II.

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DAY EIGHT: Santa Barbara, per arrivarci abbiamo fatto tutta la Pacific Coast Highway, passando da Malibu, dove io ed Erre abbiamo deciso finiremo i nostri giorni da pensionati. La sera altro tramonto stupendo a Butterfly Beach e la prima di una lunga serie di Clam Chowder, sul porto.

DAY NINE: sempre Santa Barbara, da qui arriva il freddo, andata da H&M a comprare l’unica maglia di lana che mi entrasse e che avrei indossato per la settimana successiva. Cittadina incantevole. Su mio suggerimento, siamo andati a visitare la Mission, una delle tante che ci sono sparse su per la California. Abbastanza una delusione, ovviamente, come qualsiasi cosa abbia velleitá di valenza storica negli Usa. Marito che ribadisce: te l’avevo detto.

DAY TEN: Pismo Beach, la spiaggia da sola vale la visita. Enorme, lunghissima, ci sono le foche e i leoni marini e quello che a me sembrano essere dei pellicani, ma forse sono altri uccelli pellicaniformi. Ultimo bagno della vacanza, altro tramonto mozzafiato, cena quasi per caso al Cracked Crab dove, avendoci precedentemente forniti di martelli e strumenti di tortura assortiti, sono arrivati con un secchio pieno di crostacei, patate, pannocchie e hotdogs, che ci hanno versato direttamente sulla tovaglia. Una delle esperienze culinarie piú positive della mia vita. Sará che aprire a martellate il granchio che ti stai per mangiare ha qualcosa di liberatorio o che la qualitá del cibo era davvero eccezionale, ma qualora ci si riproponga mai nella vita l’esperienza di seviziare una gamba di granchio Opilion, non mi tireró certo indietro! Ovviamente il Sauro si é divertito come un matto a smartellare teste di gambero, a colorare sulla tovaglia ed a usare il mega bavagliolone con aragosta disegnata a mo’ di mantello da super eroe!

DAY ELEVEN: sveglia presto immersi nella nebbia, colazione con i pancakes (dei quali non avró mai abbastanza…) partenza per Morro Bay, dove non abbiamo visto i leoni marini (a parte quelli del micro zoo per turisti) ma in compenso c’era un sole pazzesco. Cittadina carina, con il museo dello skatebord, per voi hipster all’ascolto. Poi sempre piú a nord sulla PCH, passati a venerare il tempio del golf di Pebble Beach, che si trova all’interno di un anello naturalistico sulla costa, le 17th Miles, nel quale puoi entrare per 10 $ a macchina. Giocare a golf invece costa cinquecento a persona e devi avere qualche santo in paradiso per trovare un posto prima dei sei mesi di attesa. Tra l’altro quel giorno c’era pure una nebbia che non si vedeva a dieci metri, qualora steste pensando di investirci quelle cinquecento cucuzze… Comunque Erre ha fatto incetta di palline, asciugamanini e un’altra serie di gadgets dagli usi golfistici a me ignoti e poi siamo andati a far pranzo a Carmel. “Ah si, la cittá dove é stato sindaco Clint Eastwood”, tutti paiono conoscerla per quello. A parte Clint, é molto carina, un mix tra un villaggio bavarese, una cittadina in Provenza e Disneyland, tutta gallerie d’arte, negozi natalizi – per i quali il Sauro é impazzito – e agenzie immobiliari che vendono case da sogno sull’oceano. Dopo pranzo, un viaggio nella nebbia e nel latifondo americano, che se non lo si vede non ci si crede, siamo arrivati a Santa Cruz. Nel tratto di strada che abbiamo percorso, per dirvi la vastitá delle piantagioni, si coltiva tra l’altro il 90 % di tutti i carciofi venduti negli Stati Uniti. Ovviamente a lavorarci eran tutti messicani…

DAY TWELVE: Dopo il Labor Day, l’America vacanziera chiude. Il che é un pro perché i prezzi scendono, ma un contro perché chiudono anche le attrazioni. Disneyland, per dirne una, in settimana chiude alle 19. Legoland non apre proprio. Lo stesso vale per il Pier di Santa Cruz, che rimane un gigante adagiato sul mare, con la sua ruota panoramica e le sue montagne russe spente e silenziose immerse nella nebbia del mattino. In compenso é pieno di foche caciarone che ti danno la sveglia all’alba e surfisti attempati che solcano le onde in solitaria. Santa Cruz mi ha dato un po’ l’idea di essere come quelle rockstar che erano fighe negli anni 90, ma adesso han tagliato i capelli e messo la camicia regimental. Poi forse se ci vai in piena estate é diverso. Comunque, dopo aver fatto colazione con i muffin e il cappuccino in una bio bottega nel centro siamo partiti per San Francisco. Prima di arrivarci peró ci siamo fermati all’universitá di Stanford, passando dal Gotha della Silicon Valley: Cupertino, dove si presentava il nuovo iPhone 5s e c, nonché la sede di Facebook, immersa nel verde delle campagne tra le colline e gli allevamenti di cavalli. Sará che io ho un sacco di amici nerd come me, ma di andare a Stanford me l’avevano detto in tanti, quindi io non ho neanche dubitato per un attimo che la cosa potesse non essere fattibile. In effetti, andarci durante la pausa estiva o nei weekend dev’essere piú comune, mentre aggirarvici in un giovedí qualsiasi di metá semestre, é stato bizzarro. Non é un posto pensato per essere visitato, quindi non ci sono cartelli, indicazioni o segnaletica adeguata. Io ho cercato di comprare una felpa allo shop universitario con il solo risultato di perdermi nei meandri della sezione di Scienze Biologiche. Ad un certo punto, visto che il Sauro doveva assolutamente fare la pipí e non mi sembrava il caso di fargliela fare dietro ad un albero nella Mecca delle Scienze, ci siamo intrufolati in un convegno di astrofisici, che facevano la pausa caffé discutendo allegramente di astro-cose e siamo stati guardati come se davvero fossimo dei marziani. Per fortuna noi facciamo gattini. Abbiamo anche pranzato alla Canteen, con dei buonissimi panini biologici dai nomi fenomenali come Life on Mars e Going Home for the Thanksgiving, e chupa chupa al gusto mela caramellata, che non é mai troppo presto per entrare nel mood di Halloween.

DAY THIRTEEN/END: San Francisco. Ci abbiamo speso tre notti fantastiche, e avremmo voluto restarci altre due se solo non ci avessero chiesto una fortuna per spostare il volo, maledetta Delta. Ho adorato tutto, dalle strade in salita e discesa, all’atmosfera europea, ai Chinatown, esattamente come me la ricordavo 25 anni fa, la nebbia che avvolge tutto la mattina, l’oceano che spunta da dietro i palazzi, i concerti all’aperto in Union Square, Uniqlo, la finale di Coppa America, la zona dei musei. Peccato peró che quello di arte moderna avesse appena chiuso, per due anni, facendo sfumare il mio sogno di vedere il famoso Michael Jackson dorato, con scimmia, di Koons (ognuno ha i suoi sogno del cassetto) e che anche il Children Creativity Museum, fosse chiuso per essere rinnovato. La piú grande delusione é stata Alcatraz, che ci avevano consigliato in tanti e avevamo dovuto prenotare con un mese di anticipo e alla fine si é rivelata un’americanata pazzesca, mal tenuta tra l’altro e, cosa peggiore, invasa da queste mosche stupide che ti si posavano a centinaia, addosso, costantemente. A quanto pare siamo stati cosí fortunati da beccare l’infestazione peggiore degli ultimi 15 anni, ma é davvero stata una tortura doversi aggirare tra quei luoghi giá lugubri di sé, incappucciati come talebani. Il Sauro, tra l’altro, noto cuor di leone, che quando vede un ragno microscopico a casa, si mette ad urlare: Mostroooooooo, col peggior falsetto dei Cugini di Campagna, ha avuto il peggior battesimo del fuoco, trovandosi ricoperto da insetti per due ore buone. Peró poi siamo tornati in albergo con il Cable Car, al quale Erre é stato appeso fuori come un pazzo sfidando la gravitá delle strade in discesa e la sera ci siamo rifatti con l’anatra laccata a Chinatown!

Everybody’s gone surfin’, surfin’ USA – part I.

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California for dummies, aka le nostre vacanze estive. Che, fin da quando abbiamo iniziato ad organizzarle avrebbero dovuto rispondere ad una serie di requisiti particolari: innanzi tutto essere treenne friendly, nonché momma incinta al settimo mese friendly, anche se siam pur sempre noi, quindi prendere aerei e viaggiare in posti nuovi, non ci spaventava di certo; poi dovevano essere vacanze rilassanti, niente diecimila chilometri in sette giorni, vedere tutto ma un’ora alla volta o peggio dai finestrini dell’auto. Per lo stesso motivo abbiamo deciso di limitare le notti singole in albergo (a volte con scarsi risultati, effettivamente) e i chilometri in macchina, quindi abbiamo volato su Los Angeles all’andata e da San Francisco al ritorno, risalendo la costa, a suon di tutti i santi!

DAY ONE: arrivo ad LAX dopo 4 ore e mezza di volo, recuperata la Malibu Chevy al noleggio, pagata un’inezia tra l’altro, (quindi se vi capita, non prenotate piú di una settimana prima e usate i siti che mettono a confronto i prezzi delle varie agenzie. Noi l’abbiamo presa da Fox) ma c’é da dire che, avendo la patente americana, non abbiamo dovuto pagare l’assicurazione in quanto qui (che son furbi) assicurano il guidatore, o meglio la patente, e non l’autoveicolo, quindi abbiamo potuto usare la nostra assicurazione “di casa”. Ci hanno invece chiesto una follia per il seggiolino, quindi da bravi italiani in america, siamo andati a comprarlo al Walmart piú vicino per 50$, conservando scatola e scontrino con l’idea di riportarlo indietro al Walmart di San Francisco prima di tornare. Dopo di che siam partiti per San Diego, in teoria poco piú di due ore di macchina, in realtá quasi sei, per colpa del traffico di gente che andava a festeggiare il weekend del Labor Day. Sulla strada abbiamo peró visto uno dei tramonti piú belli che la California ci avrebbe regalato… Il sabato sera del Labor Day nel centro di San Diego, é un po’ come essere a Miami in periodo di vacanze di primavera: tanti giovani, selvaggi, ubriachi, festaioli. Assolutamente niente di pericoloso, se non per la mia autostima alla vista di cosí tante ragazze bionde, alte, magre e bonissime, peró non proprio il nostro target.

DAY TWO: quindi il secondo giorno, dopo un giro nel quartiere Gaslamp al mattino molto presto (ci son tre ore di fuso, tra il Michigan e la California) che é stato un po’ come visitare un sito post atomico, abbiamo deciso di spostarci di albergo ed andare sul mare, a Pacific Beach, a nord di Mission Bay, sempre a San Diego. Vita da spiaggia, passeggiate sul boardwalk, il primo bagno nell’oceano e la sera siamo finiti a cena in un ristorante sul porto molto carino, dove i bambini mangiavano da un buffet e pagavano a seconda all’etá; quindi per il Sauro, a ben due dollari!

DAY THREE: Seaworld. Che se avete bambini vale davvero i 75 $ dell’ingresso. Noi non siamo riusciti a vedere tutto (ci siam persi Shanu l’orca, che si esibiva proprio mentre il Sauro pisolava), uscendone comunque distrutti, ma lo spettacolo dei delfini é sensazionale, la stessa cosa vale per la Bay Of Play di Sesame Street, assolutamente a misura di toddler. Peccato che nel mezzo dell’arca acquatica di Big Bird, proprio quando Erre si era dato alla macchia e io avevo pezzi di pranzo/ciabatte/vestiti/passeggini/Nikon sparsi nell’arco di 50 metri, il Sauro annunciasse che doveva assolutamente fare la pipí e che tra, recuperare tutto il recuperabile e cercare di capire dove cavolo si trovasse il bagno piú vicino, lui ha finito di farsela addosso e io mi son trovata con un bambino pisciato nel bel mezzo di un parco divertimenti americano, senza ovviamente avere nessun cambio. Che fossi stata a Sanremo, manco me lo sarei fatta il problema, l’avrei lasciato in maglietta e pirillo all’aria alla ricerca di un paio di pantaloncini di ricambio. Ma qui siamo in america, appunto, dove finisci sulla lista dei pedofili anche se ti sbagli e fai la pipí in piena notte a cinquanta metri da un parco giochi deserto. Quindi il poveraccio se n’é dovuto andare in giro con un comodo ciripá rosa a stelle blu da me personalmente creato con una mia sciarpetta per nascondere le vergogne, finché non ho acquistato a caro prezzo un altro paio di pantaloncini, dell’orca Shanu. La sera per consolarci, e per ricordarci comunque che San Diego é alle porte del Messico, siamo andati a cena all’Old Town. N’americanata per turisti, ma le tortillas fatte in casa di Casa Guadalajara, me le ricorderó finché campo!

DAY FOUR: verso nord, fino ad Hungtington Beach. La Pacific Coast Highway, come canta Courtney Love. Le spiagge enormi e deserte, i surfisti, sera a Laguna Beach, che, essendo cresciuta con Laurel Conrad e OC, mi aspettavo meglio. Speciale menzione alle palme della california, che sono proprio come ti immagini che siano e saranno il mio pensiero felice durante il freddo inverno del Michigan.

DAY FIVE: Disneyland. Ritornarci dopo 25 anni é stato surreale. La faccia del Sauro sul pulmino di Toy Story che ci portava all’ingresso del parco, una di quelle cose che ti fanno essere felice di essere al mondo. La vera veritá peró é che ricordarlo con l’entusiasmo dei tuoi 11 anni e ritornarci a 36, con trentotto gradi all’ombra é stato abbastanza traumatizzante. In piú tutto é rimasto davvero come allora ed il Sauro, i cartoni come la Spada nella Roccia o Dumbo, non se li fila per niente. Troppo lenti, troppe canzoni. Le giostre che avrebbero dovuto essere per bambini erano trenini nel buio piú profondo dal quale apparivano dal nulla streghe di Biancaneve urlanti, nani inferociti, draghi dagli occhi di fuoco. Nella giostra di Peter Pan lui ha chiesto tutto il tempo dove fosse Jack, perché quelli sono i pirati Disney che lui conosce, altro che Nana e polvere di fate. I cartoni nuovi sono tutti ad Adventureland, una parte separata di parco, piú nuova, con sovrapprezzo, ma studiata per bambini piú grandi e dove lui non avrebbe comunque potuto girare su quasi nessuna delle attrazioni. Quindi, se vi capita, risparmiate i 90 dollari a capoccia dell’ingresso e portate i bambini a Legoland. (come aveva suggerito mio marito, che ora potrá dire a ragione, Te l’avevo detto!).

Scesa la sera, dopo due parchi in tre giorni, noi genitori ci siamo ripromessi di non tornarci piú almeno fino al 2014… forse anche 15… Sera a Long Beach, che nessuno te lo dice ma é davvero meravigliosa. Penne al pomodoro come fatte da mammá in un ristorante scelto a caso, scenata isterica del Sauro perché voleva il gelato prima di cena, accontentato da me per poter mangiare le penne in pace, scatenata l’ira del marito. Gita post cena alla Queen Mary che, non ho ancora ben capito il perché ma é ancorata da trent’anni lí nei dintorni. Esperienza surreale, senso di angoscia all’ingresso sulla passerella, solo dopo abbiamo scoperto che su quella nave ci sono storie di fantasmi. Io a queste cose non credo proprio per nulla, ma una notte a bordo non la passerei neanche se mi pagassero!

DAY SIX/SEVEN: Santa Monica. Festeggiato il quarto anniversario di matrimonio nello stesso albergo in cui eravamo stati in luna di miele. Abbiamo preso le bici per fare il giro della spiaggia fino a Venice, scelta che si é rivelata assolutamente spiacevole per una donna incinta in quanto la posizione modello graziella che devi assumere sulle bici a scatto fisso da hipster che ti affittano (tra l’altro assolutamente scomode se devi andare ai 2 all’ora sulla passeggiata di Venice in mezzo ai turisti), ha fatto si che io dovessi fare la pipí letteralmente ogni 100 metri. La cosa é stata altamente imbarazzante. persino il Sauro alla fine mi ha detto: mamma, basta pipí. Comunque mi son consolata facendo shopping nel mio posto preferito al mondo, Kitson, quindi adesso posseggo una felpa e due tee che al momento non mi entrano ma prima o poi si, e non vedo l’ora. Menzione di disonore agli abitanti di LA che sono tutti magri, biondi e patinati, mentre 30 miglia piú a nord o a sud sorridenti, rilassati e panciutini.

To be continued…

It’s our song we can sing if we want to.

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(dal diario di bordo del 31 agosto 2013)

Tutto quello che ho sempre detto sui bambini americani, che son bravi, educati, giudiziosi? Dimenticatevelo. Sono da qualche parte nel cielo tra Detroit e Los Angeles a 36mila piedi di altezza seduta davanti alle peggio bestie selvagge di bambini. Il Sauro, da perfetto frequent flyer ha dormito per un’ora e mezza. Almeno fino a quando la bestia selvaggia maschio non ha deciso di emettere una specie di verso tipo BAAAA, a ripetizione, per mezz’ora buona. Adesso lui guarda Wrech it Ralph mangiando pretzel Delta mentre dietro si scatena il finimondo. Che già io non sono nota per la mia tolleranza e pazienza, soprattutto quando sono stata svegliata alle 6.50 da un bambino che doveva assolutamente controllare che la sua valigia ci fosse ancora, e per paio di volte mi son già dovuta trattenere dal girarmi e prenderli a male parole, sti bambini urlanti. Tra iPad, video, telefonini, colori che non sporcano e cibo da viaggio, far stare buono un bambino in aereo non è più un’impresa titanica, ve lo dico io. Soprattutto per poco più di quattro ore, una passeggiata per noi che quando va bene sono otto di fila.
E la madre californiana che fa? Invece che tentare di mantenere un po’ di disciplina? Cerca di insegnare a leggere a sti unni, che avranno cinque anni in due, se va bene. Perché i bambini americani prima imparano a leggere, scrivere, contare e riconoscere i colori meglio è. Un treenne (il mio, per citarne uno a caso) che non sa cantare l’abc, è considerato una brutta compagnia. Non saper scrivere il proprio nome poi, l’onta peggiore. Forse per quello che si chiamano tutti Boe e Joe e Leo…
La scuola, quella dell’infanzia, genera un’ansia da prestazione senza pari. Arrivare al Kindergarden, che è l’anno di “asilo” obbligatorio (credo) e pubblico (comunale ovviamente), prima dell’inizio di quelle che sono le nostre elementari, senza saper leggere e scrivere è considerato roba da ritardati. Poi credo capiti abbastanza spesso, visto che la pre-school, che è quella che fa il Sauro adesso, fino a quando avrà 5 anni, è molto cara e quasi nessuna madre che non lavora (qui la percentuale è molto alta, avendo figli piccoli e soprattutto perché rientrare nel mondo del lavoro dopo 5/6 anni di “maternità” è assolutamente normale) tiene i figli a casa o al massimo mandarli a queste pre-school comunali, sei/otto ore a settimana. Quindi spopolano questi programmi per il computer per istruire tuo figlio privatamente a casa. Come se a due anni non avessero di meglio da fare che imparare a leggere davanti al pc guidato da un topo saccente, o più che altro, tutto il tempo del mondo, successivamente, per farlo. La naturale
conseguenza delle cose è tutta un’altra serie di iniziative per far si che i bambini, che davvero entro i cinque hanno imparato a fare le divisioni in colonna, e arrivati in prima elementare si stufano a morte in classe, possano continuare con l’apprendimento casalingo, tramite tutor online, corsi video, ecc… In particolare viene accentuata in modo tremendo la problematica del non inserimento dei bambini in un contesto scolastico per il quale quindi l’home schooling è considerato la soluzione ideale.
Poi ci stupiamo che a sedici anni, sparino ai compagni.
Io capisco il bambino del Michigan che vive nell’upper peninsula a 150 miglia dalla scuola più vicina, nato con un destino: la caccia al cervo, la pesca alla tilapia, la mimetica al posto del pigiama e sedici figli biondissimi con la compagna di banco delle elementari. A no. Del banco della chiesa dico. O forse la vicina di casa. Comunque, qui l’istruzione a casa non è considerata un’eccezione, destinata agli eremiti e a quelli cagionevoli di salute, come Clara di Heidi, ma la norma, per evitare la cosa più importante a mio avviso, del percorso scolastico, che non è l’abc o le tabelline, ma la dura scuola di vita, appunto. La convivenza con gli altri. La convivenza con quelli diversi da te. (Che effettivamente è limitata, essendo che comunque devi andare a scuola nel tuo distretto, dove vive la gente che puó permettersi uno stile di vita come il tuo.) Quelli che cercano di rubarti la merenda. Quelli a cui cerchi di rubare la merenda e per questo finisci dal
preside. Il cazziatone della maestra, davanti a tutti. Mangiare i finocchi bolliti anche se ti fanno schifo. Essere l’ultimo scelto per la squadra di pallavolo. Prendere il voto peggiore della classe. O quello migliore.
Quindi è normalissimo non voler affrontare la scuola, con le sue esperienze, terribili, eccezionali e soprattutto formative e essenziali a creare adulti in grado di relazionarsi in maniera sana col prossimo.
Le maestre dal lato loro sono le prime ad avere un programma scolastico che va avanti come un caterpillar, incuranti del reale livello di apprendimento della classe. Se tuo figlio è troppo lento, ti viene “consigliato” di cambiarlo di scuola, o istruirlo a casa, appunto.
E questa cosa noi l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Il Sauro non è considerato più avanti degli altri perché sta crescendo bilingue, ma più indietro rispetto alla sua classe che (graziealcazzo) bilingue non è. Dovreste parlargli inglese anche a casa, ci han detto, se lo volete al passo con gli altri, parlando del linguaggio. Cosa che a noi ovviamente non interessa. Il Sauro ha il suo passo, imparerà con i suoi modi e i suoi tempi ed ha tutto il tempo del mondo per farlo. Il fatto che noi gli parlassimo inglese non sarebbe solo contro producente ma pedagogicamente sbagliato.
Nozioni di bilinguismo zero, nonostante la retta salatissima e l’ampia presenza di bambini stranieri in un’area come Detroit dove si stanno spostando moltissimi europei.
Ma dopotutto perché qualcuno dovrebbe conoscere un’altra lingua, oltre a quella della nazione più figa, potente, meravigliosa e avanzata al mondo?
Comunque, in questo volo pindarico, passando sopra il Grand Canyon, siamo arrivati a 25 minuti da Lax. I mostri selvaggi nel sedile di dietro non hanno imparato a leggere ma in compenso han fatto una gran battaglia a colpi di noccioline. Ora il Sauro si è
unito alla cagnara e io lo lascio fare, che tanto dei tre è quello che a meno danni.
Per il resto San Diego ci aspetta, e che per i prossimi quindici giorni siano solo mare, palme, piscine, tramonti, spiagge e surfisti.