We crave a different kind of buzz.

 Dell’America mi mancano tante cose. Potrei state qui per ore ad elencare l’efficenza delle Poste, la gentilezza della gente che incontri sui marciapiedi o la comodità del poter controllare/prenotare/comprare qualsiasi cosa su internet. Ma la verità é che servirebbe solo a far deprimere me e far pensare a voi: “ma questa cos’é tornata a fare?”. Quindi vi dirò la cosa scema che mi manca di più. Quella che non avrei mai pensato mi sarebbe mancata: HOME DEPOT.

Qualsiasi expat sia stato negli States, ho notato, ha sviluppato una dipendenza (o anche affezione morbosa) per la suddetta catena di Fai Da Te. Cioè, tanto per capirci, non mi manca l’uso smodato del leopardo nei vestiti di Forever XXI o i saldi di Gap prendi1-teneregalo3 o gli smalti Opi a 4.99 $, come sarebbe normale. Mi manca il Brico. Quello che vende strumenti di tortura medievale per far fuori le talpe e cassette della posta a forma di trota. Mannaie e pale e cesoie che la prima volta che li ho visti ho pensato: ecco come faceva Dexter. Alberi di natale, zucche di halloween e bulbi di tulipano. Porte scorrevoli, serre e serrature. Tutto sotto lo stesso tetto.

Innanzi tutto Home Depot é aperto sempre. Tutti i giorni fino a tarda sera. Hai bisogno delle pile e sono le 23.30? Hai deciso di piantare i pomodori alle 6 della domenica mattina? Vuoi semplicemente portare tuo figlio a fare un giro sui tagliaerba in esposizione, che per intenderci sono grandi come una Fiat 500, mentre fuori c’é -20? Un Home Depot a 10 minuti da casa ce l’ha chiunque, e sono enormi e spesso deserti. E la cosa più bella sono i commessi, spesso anziani in pensione (che con le non-pensioni americane devono comunque lavorare) con la mania del bricolage: ce n’é sempre uno ad aspettarti all’ingresso, con il suo gilerino arancio a distinguerlo dagli altri anziani appassionati di bricolage. Quindi io entravo, braccavo l’anziano di turno e gli sottoponevo il mio annoso problema:

  • mio figlio aveva una torcia di Buzz Lightyear che mio marito sostiene di aver preso da voi e adesso ha perso. Dove posso ritrovarla?
  • é il periodo giusto per piantare i pomodori? Non l’ho mai fatto prima  in vita mia, cosa mi serve?
  • sono al nono mese di gravidanza e mi é venuta una tremenda voglia di sverniciare il parco giochi di mio figlio, mi affittate un’idropulitrice e mi spiegate come usarla?
  • ho visto questo gioco con i chiavistelli online e voglio rifarlo uguale, mi vende tutto l’occorrente?
  • pittura giallo limone della Florida?
  • mangime per uccelli?
  • repellente per pipistelli?

E sempre, il gentile non-pensionato ha trovato la soluzione al mio problema e mai mi ha giudicato. Forse ha solo usato un po’ a volte lo sguardo di accondiscendenza di chi si trova una casalinga bionda che non sa di cosa sta parlando, ma come biasimarlo? Sempre, tranne per i pipistrelli. Che a quanto pare in Michigan puoi trucidare le talpe senza pietà, mettere i collari elettrici ai cani, sparare ai procioni, investire i cervi ma i pipistrelli no. Che poi io mica volevo farli fuori, mi bastava la smettessero di fare la cacca sul mio portico. Quaranta centimetri più in là, nel giardino andava benissimo.

Comunque, non  tergiversiamo. Home Depot mi manca. Era il mio Pinterest, dal vivo.  Avete presente quando iniziate a pinnate tutte le cose manuali che vorreste fare? E siete assolutamente convinti che domani a colazione farete la torta di pancakes di Martha Steward, poi i vostri figli si alzeranno dai loro lettini/casa sull’albero che avete costruito con i pallets riciclati, si metteranno i leggings arcobaleno che avete cucito a mano e apparecchieranno la tavola con le vostre tovagliette americane che avete decorato a punto croce con le frasi motivazionali di Lena Dunham? (Ognuno ha i suoi sogni, oh) Per me entrare da Home Depot era la stessa cosa. Mi perdevo nelle corsie degli impregnanti, pensando a come avrei riverniciato quel tavolo di blu, affittavo la lava moquette e mi davo alle pulizie di primavera (sei volte l’anno), ho comprato e piantato talmente tulipani che adesso ad aprile a casa di Roger sembra di essere a Pralormo!

E poi all’uscita vendevano gli hot dog. Ne vogliamo parlare?

I don’t care what they’re going to say. Let the storm rage on.

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Ieri sono andata al supermercato con la mia maglietta preferita, quella che però mi fa la pancia. Nonostante tutto la metto perché mi piace il colore, il materiale, il taglio e soprattutto l’illustrazione. Non che sia una maglietta particolarmente impietosa, intendiamoci, la verità é che io la pancia ce l’ho eccome e quella non é una maglietta magica. Ed é pure vero che ho partorito da “poco” ma comunque questi otto mesi di bagordi, barbecue, confort food e birrette celebrative (anche solo per essere arrivata vive a fine giornata), non hanno aiutato.

Comunque ero nel parcheggio, e pensavo alle cose che mi mancheranno del Michigan, oltre all’hummus e al guacamole nel banco del fresco, dico, e di sicuro portare con leggerezza la mia maglietta che mi fa la pancia sarà una di quelle. In generale la sensazione di essere accettati per quello che si é, di non essere giudicati. L’ossessione per la forma fisica esiste negli Stati Uniti, sicuramente meno in provincia che nelle grandi città come Los Angeles per dire (e Detroit non é Los Angeles, questo si sa) ma comunque uno degli scogli tra i ricchi ed i poveri é lo stato del fisico. Qui, al contrario dell’Africa, più sei benestante più sei snello, atletico, aitante, più sei povero più sei obeso, molliccio e informe ma comunque non sei tacciabile di giudizio. Ovviamente parlo del giudizio espresso a parole (o ad occhiate o a status truffaldini su facebook, per dire), che alla fine é l’unico che ci fa male davvero. O se non ci fa male perché abbiamo un’autostima alta (o un interlocutore talmente cretino da riuscire a non dargli peso), dobbiamo pur sempre prenderci il mal di pancia di rispondergli.

In Italia se siete fortunate ve la caverete con un’occhiata d’intesa e un successivo vostro strabuzzamento degli occhi come a dire: ma sei scemo? Poi ci sarà anche chi arriva in quarta: ‘Congratulazioni, non sapevo! Allora fate il terzo?’ E se siete particolarmente sfortunate potreste anche trovarvi a rispondere a domande da inquisizione spagnola tipo: ‘ma come li mantenete?’ (true story)

Allora, cari italiani (o dovrei dire italiane…), partendo dal presupposto che per statistica ci sono più donne grasse che donne incinte, più pance da amatriciana che da gioia della vita e che, tra l’altro, le loro pance non si assomigliano per nulla, pensateci due volte prima di accarezzare gli stomachi altrui con sguardo complice. Qui giusto a 15 giorni dal parto, quando era evidente anche ai ciechi che fossi incinta (o avessi donato il mio corpo alla scienza come incubatrice di cocomeri) qualcuno ha osato farmi le congratulazioni. In Italia le ricevevo mensilmente… Dopo il matrimonio poi son stata più ingiustamente congratulata io che Obama il giorno dopo l’elezione presidenziale. Lasciate in pace le mie maniglie dell’amore e non preoccupatevi dei miei rotondeggiamenti, che anche decidessi di fare il terzo (il quarto o il quinto) non vi chiederei comunque di comprargli i pannolini.

Lasciatevi essere, non fatevi ingannare dall’idea galoppante che chi ha la pancia piatta é più meritevole di chi ha i rotoloni. Grasso é diventato un insulto pari a cretino, e non solo alle elementari. Leggete un libro in più quest’estate e non quello sulla Dukan. Non fatevi convincere che Jessica Simpson abbia imparato la differenza tra il tonno e il pollo, solo perché a perso i chili della gravidanza. E soprattutto non parlate di cose che non sapete, prendete esempio dagli americani, parlate del tempo. Dopotutto, a quanto ho sentito, ne avete da dire in questa metereologicamente tremenda estate Italiana.

 

 

 

But today the way I play the game is not the same.

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Tra tre settimane più o meno si torna in Italia. Tre settimane per impacchettare tutto, decidere cosa vendere, cosa regalare, se fare una garage sale, se fare una festa di addio con gli amici del Sauro.
Quando siamo partiti dall’Italia eravamo decisamente meno consapevoli e molto più preoccupati. Di feste di addio non se ne era assolutamente parlato, anzi con le persone che più mi dispiaceva lasciare c’era stato solo un grande abbraccio e un “a presto”, come se ci dovesse davvero vedere la settimana dopo. Poi piano piano, arrivederci dopo arrivederci in questi due anni e mezzo, ho imparato a non smetterla di passare al controllo sicurezza dell’aeroporto di Caselle, come Frodo tra i cancelli di Mordor ed ho imparato che certe cose stanno nel cuore, anche a seimila chilometri di distanza. E non è l’unica cosa che ho imparato stando qui. Forse la chiave di tutto è proprio questa: ho imparato più in questo periodo americano (non facendo formalmente niente) che in tutto il resto della mia vita. O meglio, forse no, ma ho imparato tanto.

Ho imparato quali sono i miei limiti e quanto è terrificante doverli affrontare ma anche che poi dopo ti senti un leone. Un leone che ha appena agguantato una gazzella, e balla la samba nella foresta, davanti al gruppo delle leonesse.
Ho imparato a bastare a me stessa e che per quanto gli altri siano importantissimi, alla fine il lavoro sporco va fatto da soli. Più nel pratico ho imparato a risolvere i problemi quando ero sola con due figli piccoli e chiunque altro mi avrebbe potuto consigliare era beatamente addormentato dall’altra parte dell’oceano.
Ho imparato a prendere decisioni con la spada di Damocle che se tutto fosse andato male sarebbero stati solo cazzi miei. E anche questo è terrorizzante, ma dopo leoni, samba, cucaracha e autostima a mille.
Ho imparato ad ascoltare i consigli di tutti ma poi a far solo di testa mia senza farmi affondare dai sensi di colpa o a far qualcosa perché qualcun altro pensa sia giusto per te. E questo è stato davvero come levarmi dalle spalle uno zaino da cento chili dopo aver scalato l’Everest. Ho ballato libera e felice sotto la pioggia, al canto di Freedom di George Michael. Non letteralmente ovviamente, che son troppo vecchia, ma nella mia testa ero perfetta e leggiadra come gli uccellini di Cenerentola.

E poi ho imparato che i pregiudizi sono le catene che ci tengono legati in un posto orrendo, strapieno si gelosia e invidia con la pretesa di sapere tutto a priori con le nostre solide inutili certezze coltivate nella provincia (di Torino, Napoli o del Midwest).
Ho imparato a convivere con gente di razze, provenienze, istruzione, credo religioso o politico, aspetto fisico o grado di sanità mentale diversi e ho imparato che ognuno ha la sua storia e io non ne so proprio niente.
Ho imparato a non giudicare nessuno per come si mostra all’esterno.
Ho imparato a dare a chiunque la propria chance.
Non che poi sian tutti buoni, intendiamoci, ci sarà comunque chi parlerà alle spalle, chi instillerà cattiverie e chi ruberà portafogli. Ma non è l’aspetto fisico a determinarlo.

Quindi me ne torno a casa, con un container pieno di cose fisiche e un bagaglio ancora più grande di lessons learned, come si dice qui.
Resta solo da vedere se tutto questo perdurerà la prima volta che gli operatori telefonici cercheranno di fregarmi o la commessa di un negozio mi squadrerà da capo a piedi perché non ho la taglia 40 o cercheranno di passarmi davanti dal panettiere.
Cercherò di ricordarmi a come si stava bene a danzare nella pioggia per festeggiare. O in alternativa quanto cazzo sono stati freddi e lunghi i miei inverni americani.

 

Oh, trust issues.

Così mancano sei settimane al nostro rientro definitivo in Italia. Definitivo per ora, dico, che le vie del Signore, si sa, sono infinite. Comunque per ora prendiamo baracca e burattini o meglio un contanier e tanti pezzi di vita e torniamo nel Bel Paese. Ovviamente fino ad ora la cosa é stata affrontata nell’unico metodo possibile: tamponare le emergenze e per tutto il resto, gattini. Tanto più che sabato ce ne andiamo tra Florida e Caraibi per 10 giorni, così per salutare il continente americano. Ultimamente quindi mi trovo a pensare “questo sì che mi mancherà” oppure “questo non mi mancherà per nulla”. E con la prima affermazione intendo principalmente l’efficienza delle strutture pubbliche, il verde verde, la muticulturalità, gli amici, l’assenza di giudizio da parte di chiunque (almeno apparente, ma comunque meglio che essere squadrati da capo a piedi dagli sconosciuti in Italia) e soprattutto Target. Mentre per la seconda, senza alcun dubbio, il clima.

La cosa che più mi mancherà in assoluto sono sicura sarà il Servizio Clienti. Qui il cliente ha sempre ragione, nella misura in cui non viene messo in dubbio, mai, che la sua lamentela possa essere mossa da motivi non nobili. In poche parole il cliente non se ne approfitta e se sta riportando un dito della bottiglia di vino che ha comprato é perché davvero ne ha dovuti bere cinque/quinti per accorgersi che era cattivo. O meglio questo é il presupposto da cui si parte per migliorare la tua esperienza di acquirente. Ovviamente qui esistono per la stragrande maggioranza esercizi commerciali enormi che possono permettersi di farsi fregare un pochino purché tu continui a comprare da loro invece che dal loro concorrente. La stessa cosa non potrebbe probabilmente funzionare per i piccoli esercizi a conduzione privata dove ogni singola bottiglia di vino venduta contribuisce effettivamente al ricavo dello stipendio.

A parte questo però, dare fiducia al cliente funziona esattamente come dare fiducia ad un ragazzo diciottenne, invece che guardarlo a vista e spiare le sue email: ci sarà chi se ne approfitterà, chi farà qualcosa che davvero non deve fare ma soprattutto ci sarà chi si sentirà inorgoglito e si comporterà come di deve in modo da non perdere la fiducia acquisita. Per i clienti é lo stesso: io parto dal presupposto che tu non mi freghi e che sei in buona fede, e tu di conseguenza non avrai nessun motivo per volermi fregare.

L’altro giorno ad esempio sono andata da Target appunto a comprare dei regali per  i bimbi di un’amica che avrei visto a Toronto. Come succede sempre in quel negozio (qui una lista dettagliata di quello che succede ad ogni donna da Target, sempre ), sono entrata per comprare due cose e sono uscita con tre borse. O meglio due perché una, non so se per distrazione mia o del cassiere, é rimasta lì. Quando sono arrivata a casa mi sono accorta che mancava qualcosa, ho appuntato sullo scontrino quello che mi ero persa ed ho chiamato il negozio. Mi han fatto parlare con il cassiere, che é stato facilmente reperibile perché uguale uguale ad André Leon Talley, senza la cappa e lui mi ha detto che la borsa non c’era (probabilmente presa dalla signora dopo di me, per cui il discorso sulla fiducia agli adolescenti non calzava un granché…) ma di passare in negozio appena potevo che avremmo visto come fare.

Il giorno dopo mi son presentata con i due Sauri al Servizio Clienti (ci sarebbe un altro capitolo da scrivere sul perché mai mai entrare da Target con i bambini pena il prosciugamento del plafond della carta o in alternativa sceneggiati napoletani alla cassa – ma non potevo proprio far diversamente visto che saremmo partiti per il Canada subito dopo) ed ho spiegato il mio problema mostrando il mio scontrino nel quale avevo segnato le cose che mi mancavano: tre magliette, un pacco di Lego Mixels e quattro yogurt. Mi han detto di andare a riprendere le cose che mi mancavano e tornare alla cassa e così abbiamo fatto e ci hanno ridato tutto, gratis.

Avrei potuto dire che mi mancavano 24 dollari di latte in polvere, per dire, che stavano sullo stesso scontrino e me lo avrebbero ridato senza problemi e invece proprio per questa questione del tu ti fidi di me e io non ne approfitto, ho riportato a casa solo ed esattamente il mancante. Che era quello che volevo alla fine.

(Piú uno zaino si Spiderman, una maglietta dei Minion, due confezioni di salsa di mele e un pacco di Oreo ai lamponi… ma questa é un’altra storia!)

So pop your Pérignon.

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Di recente abbiamo iniziato a partecipare ai primi compleanni dei compagni di scuola del Sauro. A quanto pare non é che nessuno ci volesse perché eravamo strani, ma semplicemente i compleanni “pubblici” qui iniziano a farli dai 4 anni, e infatti adesso siamo subissati di inviti. Nella terra del “tutto facile” anche i compleanni sono organizzatissimi, scanditi da una routine ferrea e ovviamente molto impersonali.

I compleanni italiani, soprattutto per le mamme, sono dei tour de force. Non si sa mai bene quanti bambini parteciperanno perché agli invitati potrebbero aggiungersi fratelli piccole e sorelle grandi. Quante delle altre mamme decideranno di fermarsi? Devo preparare del prosecco, just in case? E soprattutto, data l’ora di inizio, quando finalmente si riuscirà a salutare anche dell’ultimo invitato e a ritrovarsi a pulire pizzette dai muri e a togliere carta di regalo da sotto il divano?

I compleanni americani invece sono una catena di montaggio. Allegra, gioiosa, divertente quanto vuoi, ma assolutamente super organizzata in ogni sua parte. Innanzi tutto, salvo rarissime eccezioni (noi), nessuno si sogna di fare il compleanno a casa propria. A farsi versare il succo di frutta sulla moquette o colorare le pareti della cucina. C’é anche da dire che qui i posti adibiti alle feste di compleanno si sprecano. E alcuni sono davvero bellissimi. Centri gioco al chiuso, parchi pubblici con tettoie adibite alle feste, campi da football per bambini e SPA dedicate alle bimbe in cui farsi fare mani/pedi e maschera con le amiche. Pizzerie che ti fanno impastare la tua pizza per poi cuocertela. Gite in canoa sul lago. Piscine. Tutti organizzano feste di compleanno per il pubblico pagante.

E poi i gonfiabili, che al genio che li ha inventati bisognerebbe dare il nobel per aver reso vivibili le domeniche di pioggia dei genitori di tutto il mondo. Ovviamente i gonfiabili americani sono decisamente più enormi di quelli di Ospedaletti e, così come i parchi giochi, assolutamente anche a misura di adulto. Non ho idea se davvero perché debbano resistere al peso della dodicenne messicana imbottita di fajitas o se perché hanno pensato ai genitori del bambino piccolo (o fifone nel mio caso) che non vuole scendere da solo dallo scivolo e per aiutarlo si trovano col culo incastrato a metà dello scivolo coperto, comunque io a scendere a rotta di collo dallo scivolo gonfiabile di 15 metri a pendenza 180 gradi, mi sono divertita da matti!

Quindi, eccovi la cronaca di un compleanno tipico, ai gonfiabili, tema Power Rangers:

Innanzi tutto l’invito arriva come al solito un paio di mesi, prima, la risposta deve arrivare almeno 15 giorni prima. Assolutamente in tempo per dimenticarsi di entrambi, conferma e party e trovarsi 5 minuti prima a girare compulsivamente per Toys r Us alla ricerca del regalo perfetto. La busta, la carta da pacco e il biglietto. Noi facciamo sempre dei regali belli, anche perché il Sauro ne ha sempre ricevuti di meravigliosi, diciamo di budget 30/40$ che é più o meno anche la media degli altri. I nonni e parenti vari invece a quanto pare sono abituati a fare dei regali orrendi. Un pacco di pastelli a cera. Un supereroe immobile. Un paio di calze di Batman. Credo che dipenda dal fatto che qui fan tutti figli come conigli e tra compleanni, Natali e poca pensione, bisogna fare economia…

Ovviamente il compleanno ha un orario di inizio e uno di fine. Che non é indicativo: é quello. Dalle 4 alle 6, nella fattispecie. Arrivati nel capannone che ospita i gonfiabili, si viene ricevuti da una hostess, si dice il nome del festeggiato e si lascia il regalo in una scatola a rotelle, con tutti gli altri. Dopo di che si viene introdotti nel girone infernale dei compleanni saltellanti: una stanza gigante piena di gonfiabili, bambini che urlando, genitori che per lo più si ignorano (che strano…) e addetti che fotografano il tutto. Le scarpe vengono lasciate  in una scarpiera, anche questa a rotelle.

I bambini quindi incominciano a scatenarsi, rincorrersi e saltare. Il mio in particolare anche a piagnucolare che a paura di salire sugli scivoli più alti, mentre viene scavalcato da duenni cuor di leone. I fratelli sono pochi e assolutamente pre-annunciati. Come ho imparato sulla mia pelle, se vuoi portare un fratello ad un compleanno, innanzi tutto chiedi il permesso, scusandoti perché proprio proprio non puoi fare altrimenti e poi farai due regali, in due pacchetti diversi, uno da parte di ogni bambino. Infatti il Baby Sauro non c’era, anche se Erre ha cercato di appiopparmelo all’ultimo per andare a giocare a golf che “ma si, figurati, alle feste di compleanno tutti son benvenuti.” No, caro. Non qui.

Dopo una mezz’ora di saltellamenti quindi, suona una campanella e bambini, scarpiere, padri reticenti e scatole con i regali a rotelle vengono sospinti nella stanza successiva. E si ricomincia. Il tutto finché non si arriva all’ultima stanza: i bambini vengono messi in fila per le foto di rito col festeggiato, arriva il Power Ranger in carne, ossa e tutina acrilica attillata a far vedere i muscoli e abbracciare i mocciosi ormai super eccitati e esausti, dopodiché ci si rimette le scarpe e si aspetta in fila di entrare nell’ultima stanza dove ci saranno torta e regali. Ogni bambino, prima di entrare, verrà invitato a passarsi nelle mani il famoso antibatterico americano, quello che qui si trova ovunque, dall’uscita delle giostre, al reparto carrelli del supermercato ad ovviamente gli ospedali e le scuole. Quello che io all’inizio ero abbastanza scettica a far usare così smodatamente, ma poi visto che mio figlio in due anni e mezzo di asilo dodici mesi su dodici ha saltato tipo tre giorni di scuola per malattia, adesso trova in me una fan sfegatata. Che sia quello, le vaccinazioni o solo culo, non lo so, ma meglio non sfidare la sorte.

L’ultima mezz’ora quindi si svolge in una stanza che finalmente ha le finestre e nessun posto su cui saltare, panche e tavoli da pic-nic sono stati apparecchiati con piatti e palloncini a tema. I bambini vengono sfamati a suon di pizza e patatine, sui televisori alle pareti si proiettano le foto che sono state fatte durante la festa, naturalmente acquistabili per venti dollari. Il Power Ranger fa accomodare il festeggiato su un trono (anch’esso gonfiabile) e gli passa i regali, con tanto di real annunciazione , del nome del donatore. Torta di polistirolo, canzoncine di rito, favours (che poi sarebbe un sacchettino pieno di regalini da parte del festeggiato, come ringraziamento) e alle 6 in punto tutti a casa.

Niente Fanta appiccicosa sul pavimento di casa, niente scenate “Ancora cinque minutiiiii”, tutto funziona come una macchina ben oliata e soprattutto nessun fuori programma. That’s the American way! (E dal prossimo compleanno io ne perderò sicuramente spunto…)

It’s a helping hand that makes you feel wonderfully bland.

Roger é il nostro padrone di casa. Questa é la sua casa, in effetti. L’ha costruita come la voleva lui e ci ha abitato con la moglie, finché lei non é morta di cancro.

La moglie di Roger, sebbene sia morta da una decina di anni, qui tra i vicini se la ricordano tutti. Persino le mie due vicine, quella di destra, caciarona e perennemente in costume da bagno (avendo il fisico di Platinette) e quella di sinistra, orientale, elegante come una farfalla e riservatissima, che tra di loro si odiano, mi hanno invece parlato benissimo di lei. Mi hanno raccontato di come non potesse avere figli e di quanto questo l’abbia resa tremendamente infelice, ma non abbastanza da non giocare per ore in piscina i bambini della vicina di destra. E mi hanno detto quanto amasse il giardinaggio. Effettivamente il nostro giardino, dopo dieci anni di incurie é ancora bellissimo. Da aprile a novembre, ciclicamente, spuntano fiori diversi che una settimana prima manco sapevi fossero lì, abbiamo delle camelie da togliere il fiato e due alberi di mele ed una distesa sterminata di mughetti. Certo se invece del gigantesco giardino roccioso ci fosse stata una bella piscina, noi avremmo preferito, ma almeno il Sauro grande ha avuto la sua foresta personale, in cui perdersi a giocare.

Roger invece é una di quelle persone che quando le vedi vorresti abbracciarle e dirgli che andrà tutto bene. Parla della moglie con un amore infinito e gli occhi tristi. É esattamente uguale a Walter Matthau quando fa L’Irresistibile Brontolone. Si vede che gli manca qualcosa e quel qualcosa é la sua prima moglie. Perché certo, si é risposato, che qui siamo in America dopotutto.

É vestito uguale tutto l’anno, dai meno trenta ai più quaranta: jeans, scarpe da ginnastica e felpone, relativamente luridi. Ha origini Olandesi e in effetti sembra proprio uno di quegli olandesoni Hooligan che vedi alle partite dell’ Ajax. É un ingegnere in pensione, che é stato ai gran premi quando correvano Mansell e Senna e a Maranello e parla un po’ di italiano e il suo hobby principale é restaurare una Ferrari degli anni sessanta. Lo fa da più di dieci anni e quando/se mai sarà finita, varrà una fortuna. Infatti é un’uomo dalle mani sante. E su di me, che ho un marito che con tutto che sa fare le linguine alle vongole più buone del pianeta, non é proprio un amante del bricolage, questo ha un’attrattiva infinita. Ha aggiustato il gabinetto con la stessa maestria e leggiadria con cui pota le aiuole o sistema la caldaia. Ogni qualvolta abbiamo avuto un problema in casa, lui é arrivato e l’ha sistemato in un batter d’occhio. É ormai così tanto il nostro angelo custode che di recente, quando eravamo in albergo e non funzionava la tv, il Sauro ha suggerito di dire alla reception che chiamassero lui!

È l’uomo più buono e accomodante che io abbia mai conosciuto ma io ed Erre, suo malgrado, l’abbiamo trasformato nell’Uomo Nero: ogni qual volta il Sauro veniva sorpreso a tentare di colorare la moquette o scrivere sui muri o andare con il triciclo sul parquet si minacciava di chiamare Roger, tanto che, per un periodo, ogni volta che entrava in casa, il Sauro andava a nascondersi sotto il letto. Non che a lui dispiacesse credo. Ho come il sentore che non sia proprio un amante dei piccoli umani, nonostante tutto. Il Sauro invece ultimamente lo adora: quando lui lavora in giardino pretende di uscire ad aiutarlo nonostante Roger lo ignori. Non che lo maltratti, semplicemente si comporta come se lui non esistesse. E il Sauro invece se ne sta lì a seguirlo come un cagnolino, a consigliarlo sul come potare le siepi, a fargli vedere le sue nuove pistole ad acqua, senza mai ottenere risposta ma neppure uno sguardo. Eppure a lui non sembra importare.

La strana coppia.

We’re off to see the wizard, The Wonderful Wizard of Oz.

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Prima di abitare negli Usa, gli eventi atmosferici erano solo un noioso contorno alla giornata. In Piemonte poi, fa lo stesso tempo per almeno una settimana di fila, che sia pioggia o sole, quindi dopo il primo giorno c’é ben poco da discutere. Gli americani invece, come ben si sa, adorano parlare del tempo; un po’ perché é un argomento neutro, dove non si rischia di offendere la sensibilità di nessuno, un po’ perché, diciamocelo, ne  hanno da dire. Il Michigan in particolare é famoso per avere quelle giornate che loro chiamano four seasons in a day, ovvero quattro stagioni in un giorno, e non parlano della pizza! A me molto spesso, in primavera ed autunno, capita di accendere il riscaldamento e l’aria condizionata a poche ore di distanza. Merito anche delle case coibentate con i pop corn, credo. Quindi di inverno fa freddo, fino a meno quaranta come ho provato sulla mia pelle e d’estate fa caldo, anche fino a quaranta gradi. Caldo e umido che Bangkok al confronto sembra Varazze. Poi ci sono le stagioni intermedie, che sono brevi ed anche piacevoli. Soprattutto perché esplodono fiori, colori, animali (quelli non esplodono, se non forse i cervi nella stagione della caccia e gli opossum che attaccano i bidoni dell’immondizia del vicino sbagliato) e cieli pazzeschi, che qui negli Usa é tutto più grande, non solo le bottiglie di Pepsi. Da quando siamo qui abbiamo imparato a familiarizzare con espressioni come: tempesta di neve, temporale violento, allarme allagamento, caldo tropicale, che dette in inglese fanno ancora più paura tra l’altro. Ma oggi, per la prima volta, l’allarme é stato quello da me piú temuto: tornado.

Quando vivi in Italia i tornado sembrano robe lontanissime, che appartengono più al Mago di Oz che al mondo reale, mentre qui esistono eccome, e dove passano rasano tutto al suolo. Tanto che io ho ricevuto più di un opuscolo e anche istruzioni verbali sul cosa fare in tal caso. Certo sono più comuni al Sud, in Arkansas per esempio, ma anche in Michigan ci sono stati, ed han fatto più di un morto. Anche le tempeste di neve e gli allagamenti certo, ma quello che mi spaventa più di tutto, dei tornado e che sono imprevedibili e letali. Poi ammetto che anche l’aver letto, di recente, questo articolo, in cui una madre ha pubblicato gli ultimi sms col figlio che chiuso nel bagno aspettava l’arrivo del vortice, non ha aiutato a diminuire il pathos. Infatti non leggetelo. Che non c’é mica il lieto fine. Io vi ho avvertito eh.

L’allarme é arrivato nel primo pomeriggio, via sms dal servizio allerta nazionale, quello che ti avverte se ci sono pericoli imminenti nella zona in cui é il tuo cellulare. Non so come facciano e no ci tengo a saperlo, ma funziona anche se il più delle volte l’allarme é ampiamente sopravvalutato. Nel senso che se non decidi di andarti a fare una passeggiata nei boschi o una nuotata nel lago, sei tranquillo. Peccato che oggi sul telefonino sia apparsa la parola tornado e che Erre fosse appena partito per l’aeroporto in viaggio di lavoro mentre il Sauro grande era a scuola. Quindi mi ritrovavo sola. Io, il Baby Sauro e l’allarme. E le amiche con cui chattare, per fortuna. Ognuna nel suo basement. Ho iniziato a guardare Fox News, relativamente tranquilla, ma i toni del commentatore, che aveva interrotto tutte le altre trasmissioni per dare notizie sul da farsi, erano decisamente allarmanti. Per un po’ é stato abbastanza il panico, che non si capiva bene se il vortice c’era e quanto era potente e soprattutto dove cavolo stesse andando. Il commentatore era davvero in paranoia e mi stava trasportando con sé. Poi ho girato su ABC e il tizio nuovo aveva toni decisamente più pacati. Quindi, cara Fox Tv di Detroit, porcacciadiunamiseria, magari la prossima volta evita di far condurre il programma da uno che ha la fobia dei tornado. Non per essere razzisti, va benissimo uno che ha paura dei ragni o dei piccioni ma il tizio di oggi, lascialo a casa, nel seminterrato con la pentola della pasta in testa, come consigliano qui.

Quindi per un paio d’ore siamo rimasti io, il Baby Sauro e la tv, a fissare quelle nuvole rosse sul radar, a sentire i consigli, a chiederci che cosa ne sarebbe stato del nostro orto, piantato ieri di fresco. Pioveva si, ma qui quando piove piove, non quella roba da femminucce londinese, per dire. Ad un certo punto ha anche smesso e mi son chiesta se fosse quella la famosa calma prima della tempesta. E poi, chi lo sa se davvero piove quando c’é un tornado? Non c’é vento e basta? Devo rivedere il film, benedetto Bill Paxton… Poi hanno riniziato ad arrivare nuove allerte, per la nostra zona, che il tornado iniziale aveva per fortuna virato verso nord. A quel punto mi son trovata nel mezzo della scelta peggiore che una madre (sola in un paese straniero) possa fare: esco in macchina, col Baby Sauro al seguito, rischiando di metterlo in pericolo per andare a prendere il Sauro grande oppure lascio il Sauro grande a scuola, che in teoria dovrebbe essere un luogo sicuro e aspetto che passi? Davvero avrei potuto aspettare lontana da uno dei due bimbi? Ovviamente no, e chiunque ha un figlio, un cane o un amico del cuore, lo sa benissimo. Quindi ho controllato che il brutto brutto brutto dovesse arrivare alle 5. Erano le quattro e mezza, avevo mezz’ora per fare tutto, ho infilato il Baby Sauro ignaro e anche un po’ affamato in macchina e siamo partiti per la scuola, pregando si star facendo la scelta giusta.

Usciti dal nostro quartiere residenziale ho visto anche un cretino che faceva jogging e mi sono tranquillizzata. Una cosa é stare davanti alla tv a leggere notizie catastrofiche, un’altra é uscire, vedere che c’é vita là fuori, constatare che piove ma si é visto di peggio. Quindi sono arrivata a scuola, col Baby in braccio, relativamente tranquilla. (Siamo onesti, dico relativamente perché ho dovuto tentare sei volte il codice della porta di entrata prima di farlo giusto.)

Una volta nel corridoio delle classi ho visto tutti i bambini e le maestre seduti per terra. E ammetto che é stato panico.Un po’. E anche senso di colpa. Una cosa é immaginarlo, un’altra entrare in un luogo che ti é famigliare, dove lasci tuo figlio a cuor leggero, e renderti conto che probabilmente avrebbe potuto essere in pericolo anche lì. Avrei potuto andare prima, avessi sospettato. Mi han detto essere procedura standard ma comunque l’atmosfera non era rilassata neanche un po’. Il Sauro dal canto suo era allegro e blaterante. Mi si é avvicinato correndo, brandendo la sua calcolatrice delle Ninja Turtles che usa come finto telefono, dicendomi che aveva chiamato Batman. E Superman. Non credo abbia ben capito perché era finito nel corridoio seduto per terra a farsi leggere Caps For Sale (gran libro tra l’altro, il Sauro e i suoi compagni lo adorano!). Comunque é stato contento di venire a casa con me.

Piano piano sotto quintali di acqua, siamo tornati a casa. Piano piano ha smesso di piovere a dirotto e noi ci siamo stufati di guardare le nuove rosse alla tv e abbiamo girato su Phineas and Pherbs. Poi il Baby Sauro si é fatto un pisolino e noi abbiamo giocato ai Lego. E siamo sopravvissuti alla nostra prima allerta tornado.

Comunque una cosa l’ho imparata: non mi lamenterò mai più dei quindici giorni consecutivi di pioggia a marzo in Piemonte.