We crave a different kind of buzz.

 Dell’America mi mancano tante cose. Potrei state qui per ore ad elencare l’efficenza delle Poste, la gentilezza della gente che incontri sui marciapiedi o la comodità del poter controllare/prenotare/comprare qualsiasi cosa su internet. Ma la verità é che servirebbe solo a far deprimere me e far pensare a voi: “ma questa cos’é tornata a fare?”. Quindi vi dirò la cosa scema che mi manca di più. Quella che non avrei mai pensato mi sarebbe mancata: HOME DEPOT.

Qualsiasi expat sia stato negli States, ho notato, ha sviluppato una dipendenza (o anche affezione morbosa) per la suddetta catena di Fai Da Te. Cioè, tanto per capirci, non mi manca l’uso smodato del leopardo nei vestiti di Forever XXI o i saldi di Gap prendi1-teneregalo3 o gli smalti Opi a 4.99 $, come sarebbe normale. Mi manca il Brico. Quello che vende strumenti di tortura medievale per far fuori le talpe e cassette della posta a forma di trota. Mannaie e pale e cesoie che la prima volta che li ho visti ho pensato: ecco come faceva Dexter. Alberi di natale, zucche di halloween e bulbi di tulipano. Porte scorrevoli, serre e serrature. Tutto sotto lo stesso tetto.

Innanzi tutto Home Depot é aperto sempre. Tutti i giorni fino a tarda sera. Hai bisogno delle pile e sono le 23.30? Hai deciso di piantare i pomodori alle 6 della domenica mattina? Vuoi semplicemente portare tuo figlio a fare un giro sui tagliaerba in esposizione, che per intenderci sono grandi come una Fiat 500, mentre fuori c’é -20? Un Home Depot a 10 minuti da casa ce l’ha chiunque, e sono enormi e spesso deserti. E la cosa più bella sono i commessi, spesso anziani in pensione (che con le non-pensioni americane devono comunque lavorare) con la mania del bricolage: ce n’é sempre uno ad aspettarti all’ingresso, con il suo gilerino arancio a distinguerlo dagli altri anziani appassionati di bricolage. Quindi io entravo, braccavo l’anziano di turno e gli sottoponevo il mio annoso problema:

  • mio figlio aveva una torcia di Buzz Lightyear che mio marito sostiene di aver preso da voi e adesso ha perso. Dove posso ritrovarla?
  • é il periodo giusto per piantare i pomodori? Non l’ho mai fatto prima  in vita mia, cosa mi serve?
  • sono al nono mese di gravidanza e mi é venuta una tremenda voglia di sverniciare il parco giochi di mio figlio, mi affittate un’idropulitrice e mi spiegate come usarla?
  • ho visto questo gioco con i chiavistelli online e voglio rifarlo uguale, mi vende tutto l’occorrente?
  • pittura giallo limone della Florida?
  • mangime per uccelli?
  • repellente per pipistelli?

E sempre, il gentile non-pensionato ha trovato la soluzione al mio problema e mai mi ha giudicato. Forse ha solo usato un po’ a volte lo sguardo di accondiscendenza di chi si trova una casalinga bionda che non sa di cosa sta parlando, ma come biasimarlo? Sempre, tranne per i pipistrelli. Che a quanto pare in Michigan puoi trucidare le talpe senza pietà, mettere i collari elettrici ai cani, sparare ai procioni, investire i cervi ma i pipistrelli no. Che poi io mica volevo farli fuori, mi bastava la smettessero di fare la cacca sul mio portico. Quaranta centimetri più in là, nel giardino andava benissimo.

Comunque, non  tergiversiamo. Home Depot mi manca. Era il mio Pinterest, dal vivo.  Avete presente quando iniziate a pinnate tutte le cose manuali che vorreste fare? E siete assolutamente convinti che domani a colazione farete la torta di pancakes di Martha Steward, poi i vostri figli si alzeranno dai loro lettini/casa sull’albero che avete costruito con i pallets riciclati, si metteranno i leggings arcobaleno che avete cucito a mano e apparecchieranno la tavola con le vostre tovagliette americane che avete decorato a punto croce con le frasi motivazionali di Lena Dunham? (Ognuno ha i suoi sogni, oh) Per me entrare da Home Depot era la stessa cosa. Mi perdevo nelle corsie degli impregnanti, pensando a come avrei riverniciato quel tavolo di blu, affittavo la lava moquette e mi davo alle pulizie di primavera (sei volte l’anno), ho comprato e piantato talmente tulipani che adesso ad aprile a casa di Roger sembra di essere a Pralormo!

E poi all’uscita vendevano gli hot dog. Ne vogliamo parlare?

She’s got her God and she’s got good wine, Aretha Franklin and Patsy Cline.

IMG_0380 Dieci motivi per cui avere una ragazza alla pari americana mi ha cambiato la vita (in meglio eh!):

  1. Posso permettermi di non essere più costantemente multitasking: smetterla di seguire un corso online senza cuffie perché il Baby Sauro al piano di sotto potrebbe svegliarsi improvvisamente dal riposino; cucinare cena con una palla al piede attaccata alla  mia caviglia e che mi trascino in giro per la cucina – che nella fattispecie é un bambino di un anno – o trovarmi a fare riunioni su Skype in mutande (tanto mi si vede solo dal torace in su) con il Sauro che cerca di mettermi lo smalto sulle dita dei piedi accucciato sotto la scrivania, mentre io dissimulo. True story.
  2. Di conseguenza posso essere più brava in tutto quello che faccio perché finalmente faccio una cosa alla volta (o anche due ma é sempre un grandissimo passo avanti). Sia che lavori, giochi con i bambini o mi faccia la tinta, sto facendo solo quello. Hip hip-horrey.
  3. Non lavoro più dopo le 18, salvo eccezioni importantissime. (perché si, ho ricominciato a lavorare!)  Dalle 9 alle 18 ho tutto il tempo del mondo e ci incastro anche la spesa e la colazione con le amiche. Prima, lavorando da casa, la fascia lavorativa più gettonata era dalle 22.30 alle 2. Ora (le 2!) in cui normalmente il Baby Sauro si sveglia costantemente per qualche motivo a me ignoto. Poi alle 5 tocca a suo fratello, con le richieste più assurde, tipo “perché le mamme non hanno i baffi?” o “Ma tu sai dov’é quella macchinina verde che avevamo trovato in quel distributore automatico in Michigan nel 2012?”. Che nelle le mie notti non ci si annoia mai. Però almeno di giorno c’é ordine e disciplina. (E tempo per i riposini, volendo)
  4. Lei é meravigliosa e giovane e può fare pisolini di 20 minuti mentre il Baby Sauro dorme e non svegliarsi con la carogna come capita a me se dormo meno di 2 ore di fila. Canta bene, legge i libri in inglese con pronuncia perfetta (ovviamente) e i bambini la adorano. Quindi lasciarli con lei non è mai un peso. (ammesso che riuscire a liberarsi dei figli in qualsiasi situazione possa essere considerato tale!)
  5. É americana, quindi qualsiasi cosa di italiano le dia da mangiare, lo trova delizioso. Nessuna ansia da prestazione da dover cucinare le lasagne a pranzo perché poi “non mi mangia”.
  6. É americana quindi possiamo entrambe passare 24 ore in pigiama struccate senza che nessuno venga giudicato.
  7. É americana quindi io faccio esercizio. E il Sauro ha ripreso l’inglese come non avesse mai smesso di parlarlo. E il Baby Sauro schiocca baci sia che gli si dica Bacio che Kiss.
  8. É americana , quindi é a conoscenza di argomenti basilari come gli avanzamenti sulla detenzione di Teresa Giudice o il perché hanno sospeso il programma tv Here Comes Honey Boo Boo. E possiamo parlare di quanto ci mancano le ciambelle glassate e i frappuccini e le patatine al lime.
  9. Ho sempre qualcuno con cui dividere un bicchierino di rosso pre-cena senza sentirmi Bree Van De Kamp (nel periodo casalinga segretamente alcolizzata moglie di Kyle MacLachlan).
  10. Posso finalmente uscire a cena con gli amici. Senza pannolini e omogeneizzati in borsa. Senza sapere a priori dove andremo. Senza dover chiedere se c’é il seggiolone. E se proprio voglio una botta di vita, possiamo anche concederci una birra al pub dopo. (Cosa che ho fatto, pagandone le conseguenze per una settimana…)

I am the worst thing since Elvis Presley.

IMG_0118 Rieccomi. Dopo più di sei settimane e almeno il doppio dei post in bozza. Che poi ho deciso di non pubblicare perché sull’onda dell’emozione da rientro avrei detto cose vere solo in parte. Riassumendo, sono tornata in Italia mentre sul web impazzava l’ice bucket challenge (qui il migliore IMOO) e io stessa ho fatto parecchie docce gelate, figurate o meno. Il ritorno da un paese che fa dell’efficenza, la cortesia, il senso civico, la pulizia e il rispetto per tutti, la sua bandiera é stato più duro del previsto. Una serie di imprevisti poi hanno reso le cose ancora un pochino più difficili, però adesso ci stiamo finalmente assestando e riabituando alla vita italiana. Vero é, che come si dice, once an american always an american… Ecco le cose, nel bene e nel male, che mi sono portata dietro from the Usa:

  • Il terrore per i germi. Che, prima, pensavo fosse una roba un po’ da pazzi, poi però ho sperimentato sulla mia pelle che i miei figli si ammalavano di meno se avevamo certe accortezze. E ammetto di essermi fatta prendere un po’ la mano: ho un gel igienizzante per mani in ogni borsa da usare dopo ogni gita al parchetto, supermercato o luogo pubblico dove i Saurini abbiano ficcato le loro manine. Pulisco il carrello prima di metterci dentro il Baby Sauro, soprattutto il manico che lui ama tanto ciucciare e ho anche comprato un copri-carrello (negli Usa ci sono le salviettine igienizzanti vicino ai carrelli, sempre). Fazzoletti rigorosamente kleenex da usare solo una volta e da non mischiare tra i componenti della famiglia (si fa quel che si può, ovvio…). E soprattutto lavarsi le mani, sempre e comunque. Ecco l’ho detto. Io e la mia (nuova) ossessione. Però funziona, ve lo garantisco. E comunque bisogna aggiungere che io per evitare di passare ulteriori notti insonni con bambini raffreddati, vista la media delle ore dormite in questi ultimi dieci mesi, farei praticamente qualsiasi tipo di stregoneria.
  • Le confezioni GRANDI. In primis il latte fresco, che io non so come facevo a vivere prima con queste confezioncine da un litro che a casa mia sparisce in meno di un giorno, e il Baby Sauro beve ancora la formula. E sono sicura che tante mamme italiane sono nella mia posizione: facciamo una petizione e importiamo il gallone, vi prego. La stessa cosa per le salviette da bambini; confezione da 52?!? Ma scherziamo? Ridatemi le mie 1445 salviette da comprare una volta all’anno! Carta igienica, Scottex, pasta, pummarola, voglio comprarle una volta al mese e non pensarci più.
  • L’inesistenza della stagionalità. Sulla mia lista della spesa americana c’erano sempre avocado e lamponi, per dire. Qui i frutti di bosco a novembre non si trovano, perdindirindina. Voglio trovare il cocco tutto l’anno e i lychees non solo a Natale a 95 euro all’etto.
  • Chiedere sapendo di essere aiutata. Dai call centre alle commesse nei negozi, in America, tutti erano lì per far si che la mia esperienza fosse la migliore mai provata. E ci credevano davvero. Anche se erano una lavoratrice part-time in un supermercato di un km quadrato e quasi sicuramente non mi avrebbero mai più vista. Anche se chiamavo arrabbiata per lamentarmi. In Italia no. Proprio proprio no. Qui ci si rimbalzano le colpe, si staccano i telefoni per non dare risposte scomode, si fanno spallucce o il proprio lavoro sbuffando. Uno dei primi giorni che siamo tornati, non avevo ancor troppa dimestichezza con il supermercato ed ho chiesto ad una ragazza che lavorava lì (stava mettendo a posto i deodoranti tra l’altro, non al banco della carne) dove fossero i cotton fioc. Lei si é girata, mi ha guardato e mi ha detto: “Eh, bella domanda.” Poi si é rigirata ed ha continuato con il suo lavoro. Credo di aver richiuso la bocca solo mezz’ora dopo.
  • I miei diritti di acquirente. Giusto o sbagliato, negli Usa il consumatore finale é sacro e può avanzare qualunque pretesa (non sempre assecondata é ovvio, ma può provarci). Quindi sono diventata quel cliente che nessuno in Italia vorrebbe avere: “questa copia del libro in offerta ha la prima pagina piegata, mi fa un altro sconto?” “Lo so che é già in offerta, ma ne sto comprando tre pezzi! Può farmi qualcosina in meno?” “Mi serve per oggi, altrimenti no grazie.” “Posso parlare con il responsabile?” Ecco, se mi vedete entrare siete liberissimi di trattarmi come Hugh Grant con il cliente rompiscatole in Notthing Hill.
  • Non ti piace? Riportalo! E diosolosa se non ci ho provato. Ho ricevuto indietro un buono, da usare solo in quel negozio. Nei giorni dispari. Tra le tre e le cinque. Ma non vale quando piove.
  • Professionalità innanzi tutto. Che tu sia un venditore di telefonini, una maestra d’asilo, un tecnico del gas o un impiegato di un call center appaltato in Albania, io devo potermi fidare di quello che mi dici. Perché é il tuo mestiere e non il mio. Perché sei tu quello incaricato di occupartene e di sicuro c’è tanta gente là fuori che sa quello che tu non sai e meriterebbe il tuo posto. E in America é così quasi al 100%. Quindi, dopo essermi scontrata con un paio di situazioni Italiane al limite del Fantozziano io cui davvero mi chiedevo perché quel particolare esercizio/servizio/impiegato fosse ancora lì, ho deciso che l’unico mezzo che ho io in quanto consumatore per contrastare la poca professionalità é quello di non avvalermi dei servizi che non ritengo degni. (Infatti l’altro giorno ho fatto 5o chilometri per andare in libreria…)

 

But today the way I play the game is not the same.

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Tra tre settimane più o meno si torna in Italia. Tre settimane per impacchettare tutto, decidere cosa vendere, cosa regalare, se fare una garage sale, se fare una festa di addio con gli amici del Sauro.
Quando siamo partiti dall’Italia eravamo decisamente meno consapevoli e molto più preoccupati. Di feste di addio non se ne era assolutamente parlato, anzi con le persone che più mi dispiaceva lasciare c’era stato solo un grande abbraccio e un “a presto”, come se ci dovesse davvero vedere la settimana dopo. Poi piano piano, arrivederci dopo arrivederci in questi due anni e mezzo, ho imparato a non smetterla di passare al controllo sicurezza dell’aeroporto di Caselle, come Frodo tra i cancelli di Mordor ed ho imparato che certe cose stanno nel cuore, anche a seimila chilometri di distanza. E non è l’unica cosa che ho imparato stando qui. Forse la chiave di tutto è proprio questa: ho imparato più in questo periodo americano (non facendo formalmente niente) che in tutto il resto della mia vita. O meglio, forse no, ma ho imparato tanto.

Ho imparato quali sono i miei limiti e quanto è terrificante doverli affrontare ma anche che poi dopo ti senti un leone. Un leone che ha appena agguantato una gazzella, e balla la samba nella foresta, davanti al gruppo delle leonesse.
Ho imparato a bastare a me stessa e che per quanto gli altri siano importantissimi, alla fine il lavoro sporco va fatto da soli. Più nel pratico ho imparato a risolvere i problemi quando ero sola con due figli piccoli e chiunque altro mi avrebbe potuto consigliare era beatamente addormentato dall’altra parte dell’oceano.
Ho imparato a prendere decisioni con la spada di Damocle che se tutto fosse andato male sarebbero stati solo cazzi miei. E anche questo è terrorizzante, ma dopo leoni, samba, cucaracha e autostima a mille.
Ho imparato ad ascoltare i consigli di tutti ma poi a far solo di testa mia senza farmi affondare dai sensi di colpa o a far qualcosa perché qualcun altro pensa sia giusto per te. E questo è stato davvero come levarmi dalle spalle uno zaino da cento chili dopo aver scalato l’Everest. Ho ballato libera e felice sotto la pioggia, al canto di Freedom di George Michael. Non letteralmente ovviamente, che son troppo vecchia, ma nella mia testa ero perfetta e leggiadra come gli uccellini di Cenerentola.

E poi ho imparato che i pregiudizi sono le catene che ci tengono legati in un posto orrendo, strapieno si gelosia e invidia con la pretesa di sapere tutto a priori con le nostre solide inutili certezze coltivate nella provincia (di Torino, Napoli o del Midwest).
Ho imparato a convivere con gente di razze, provenienze, istruzione, credo religioso o politico, aspetto fisico o grado di sanità mentale diversi e ho imparato che ognuno ha la sua storia e io non ne so proprio niente.
Ho imparato a non giudicare nessuno per come si mostra all’esterno.
Ho imparato a dare a chiunque la propria chance.
Non che poi sian tutti buoni, intendiamoci, ci sarà comunque chi parlerà alle spalle, chi instillerà cattiverie e chi ruberà portafogli. Ma non è l’aspetto fisico a determinarlo.

Quindi me ne torno a casa, con un container pieno di cose fisiche e un bagaglio ancora più grande di lessons learned, come si dice qui.
Resta solo da vedere se tutto questo perdurerà la prima volta che gli operatori telefonici cercheranno di fregarmi o la commessa di un negozio mi squadrerà da capo a piedi perché non ho la taglia 40 o cercheranno di passarmi davanti dal panettiere.
Cercherò di ricordarmi a come si stava bene a danzare nella pioggia per festeggiare. O in alternativa quanto cazzo sono stati freddi e lunghi i miei inverni americani.