So goodbye yellow brick road.

IMG_0539 I traslocatori italiani erano stati tipicamente italiani: arrivavano, si sedevano al tavolo della cucina, “che signó ce lo fa un caffè”, impacchettavano tutto poi si dimenticavano di togliere le pile o di segnare i numeri di serie, e via di nuovo, andavano via alle 10 e “che signó ci firma fino a mezzogiorno”. Però erano stati efficienti e comprensivi. Mi avevano raccontato storie buffe di baroni che traslocavano da un castello all’altro, in Transilvania e avevano fatto il loro sporco lavoro.
Con i traslocatori americani invece è stata un’altra storia: estremamente efficienti, puntuali, professionali. Sempre a chiedere se tutto andava bene e a sperticarsi in lodi e ringraziamenti. Customer oriented, si dice qui, ovvero in tutto e per tutto dalla parte del consumatore. Sulla carta. Ma la vera realtà è che di noi gliene fregava ben poco. Loro erano lì per fare il loro lavoro, in due giornate e via a testa bassa come dei caterpillar.
Hanno iniziato da un angolo della casa e da lì hanno proceduto in senso orario, a testa bassa, senza guardare in faccia nessuno.
Uno stormo di cavallette in un campo di grano. Dopo il loro passaggio, niente si era salvato dall’inscatolamento selvaggio. Ho ringraziato il cielo più volte che i miei figli fossero a scuola evitando il rischio di essere anche loro inscatolati a tradimento.
Nell’ordine han messo via: diverse scatole vuote, contenitori di alluminio chiaramente usati, una scatola da 100 cannucce con dentro due cannucce, tutte le ciabatte degli hotel, alcuni altri quintali di scatole di giochi vuote, e una ghirlanda di pino vero datata inverno 2012. Ci hanno raccontato di gente a cui hanno inscatolato i piatti della colazione da sotto al naso, compresi di mezzo muffin, e non stento a crederlo.

Nonostante tutto però siamo sopravvissuti. Sopravvissuti al riempimento di un container da 40 piedi, allo smontaggio del parco giochi, alle pile di “roba da tenere” “roba da buttare” “roba da donare” “roba da vendere” e “roba da regalare”.
Sopravvissuti alla pulizia della casa, soprattutto alla sindone di polvere che riesce a formarsi sulla moquette bianca sotto ad un letto king size.
Sopravvissuti ai saluti. Agli abbracci. Alle feste di addio. Agli ultimi sguardi ai nostri posti speciali. All’ultimo giorno di scuola. (Dove io, da brava mamma italiana emotiva e caciarona, ho fatto piangere tutte le maestre.)
Sopravvissuti ad una settimana in residence, lo stesso dove eravamo arrivati due anni e mezzo fa, che però questa volta sembrava tremendamente piccolo e angusto.
Sopravvissuti a un milione di pranzi fuori, visto che nel residence c’era la piscina ma non le pentole. (Dopotutto sono americani, cucinare mica cucinano.)

E adesso siamo qui, in questo ennesimo volo transoceanico, l’ultimo da Detroit, almeno per qualche tempo. Il volo peggiore che potessimo aspettarci, pieno zeppo di bambini urlanti. Non lo so per quale congettura ma vicino a noi ce ne saranno almeno 20 sotto i 5 anni, e tutti piangono, a turno. Compreso il mio Baby Sauro, che mezz’ora prima della partenza dal residence è diventato improvvisamente bollente di febbre.
Giusto per dare un po’ di pepe all’avventura, come se un milione i bagagli pesantissimi, due bambini, un passeggino e un marito esausto non fossero abbastanza.

Goodbye Michigan. You will be missed. Ma anche no.

I’m beautiful in my way ‘cause God makes no mistakes.

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E così é successo che un paio di settimane fa sono andata al concerto di Lady Gaga. Che in effetti non é che faccia proprio parte del mio bagaglio musicale, principalmente composto da artisti emaciati e britannici ma a me Miss Germanotta é sempre piaciuta. Sarà la poca attitudine alla sobrietà che ci accomuna o la passione per i travestimenti. Il fatto di fregarsene del giudizio del prossimo. O l’idea di distinguersi dal gruppo perché si pensa di valere qualcosa di più. Certo il vestito di braciole poteva anche evitarselo, ma anche io negli anni 90 ha fatto un sacco di scelte di cui pentirmi… Poi c’é la storia della Born This Way Foundation, che io ho sempre considerato un’iniziativa decisamente furba: essere adolescenti é faticoso di per sé, ma lo é ancora di più se si é diversi in qualche modo.Gaga invece spinge i piccoli fans di accettare chiunque, per com’é. Gay, straight, grassi, bassi, brutti e cattivi. Ognuno ha diritto di stare al mondo, vestendosi di braciole, andando al lavoro con la parrucca o dipingendosi le unghie, pur essendo un rispettabile avvocato cinquantenne. E questa cosa io la ammiro davvero. Nella patria degli adolescenti standardizzati, dove dal Maine alla California, tutti hanno le stesse magliette e lo stesso taglio di capelli, vorrei insegnare ai miei figli che non essere come gli altri non vuol dire per forza essere sbagliati.

Il concerto di Gaga infatti é stato un carnevale di persone, colori, parrucche e boa di piume. Che a saperlo mi sarei agghindata anche io invece che andare con la mia noiosissima tenuta da concerto, nu jeans e na maglietta, pure nera tra l’altro. Lei é brava, soprattutto perché canta dal vivo, sempre, e si racconta e suona il pianoforte e balla e fa quel milione di cambio d’abiti per cui io ed i molteplici gay presenti all’evento siamo impazziti. Il palco sembra arrivare direttamente dal Cuckoo Land di Lego Movie, per chi apprezza la dotta citazione (ed ha figli maschi dai 3 ai 13 anni…). Peccato che le canzoni che su MTV durano dieci minuti, dal vivo ne durino uno e mezzo. E che non abbia fatto You And I, la mia preferita perché contiene uno dei miei mantra (come se ne avessi bisogno… di inni al bengodi dico, non di mantra): You can’t buy a house in heaven. Comunque voi ricordatevelo, che fa sempre bene, quando starete per decidere se comprare o no quella borsa o quel biglietto aereo o se risparmiare per il futuro.

Quindi é stata un’ora e mezza piena di maschi alti un metro e novanta in tacchi a spillo e canottiere di rete. Bellissime ragazze over size (e quando lo dico, non intendo quelle come me, dico proprio le over size americane) in shorts luccicanti e cellulite. Mamme che accompagnavano bambine con parrucche rosa e rossetti glitterati. Capelli di tutti i colori, jeans che fuori da lì sarebbero considerati troppo stretti, troppo larghi o comunque sconvenienti. Adolescenti che per tutto l’anno scolastico hanno mangiato nel tavolo degli sfigati, finalmente al posto giusto e felici di cantare Po-po-po-po-poker Face.

E gente decisamente troppo ubriaca. Tipo questa signora sulla cinquantina che ho incontrato nei bagni. Eravamo io, che mi mettevo il rossetto, lei, che armeggiava col cellulare, e una ragazzona vestita con un tutone di peluche viola da coniglio che si lavava le mani. La signora ha detto qualcosa di altamente biascicante ma né io né il coniglio fluo le abbiam dato troppa corda. Quando la conigliona si é infilata nel suo bagno però, questa mi ha riattaccato bottone. Nello specifico mi ha chiesto senza preamboli se mi sarei sentita a mio agio a fotografarle le tette. Giuro. Ovviamente io le ho chiesto di ripetere e lei tutta pacifica mi ha detto che voleva mandare una foto del suo seno nudo a suo marito, ma che se non me la sentivo di farle la foto io, lo avrebbe chiesto a qualcun altro. Io le ho risposto che se non si imbarazzava lei, visto che le tette eran le sue, io non avrei avuto nessun problema, quindi si é infilata in un bagno, ha tirato giù la maglia mostrando capezzoli e tutto, si é messa in posa un po’ sexy e io ho scattato, per la gioia del marito presumo. Nella patria del sexual harassment selvaggio dove ogni atteggiamento anche vagamente legato al sesso, puó costare il posto di lavoro o una causa legale, devo dire che ha avuto un gran bel coraggio.

Ma si sa, what happens at Gaga’s stays at Gaga’s.

 

We could be starving, we could be homeless, we could be broke (as long as you love me).

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Un anno fa, piú o meno a quest’ora, mi preparavo a lasciare l’Italia dopo una notte praticamente insonne, con le valigie strapiene, un milione di paure, tante aspettative, la voglia di cambiare e la paura di non sopravvivere alla solitudine. Il primo viaggio intercontinentale del Sauro é stato surreale, se penso ai successivi da frequent flyer navigato, sempre sempre sveglio e sovreccitato, tanto che, una volta arrivati, superati i controlli doganali, preso valigie e pulmino per andare all’autonoleggio a prendere la macchina, una volta sul seggiolino ancora ancora sbraitava alla vista degli aerei che atterravano lí vicino. Io ed erre basiti ed esausti.

Ho appena riletto cosa avevo scritto pre partenza/post arrivo e un po’ invidio tutto quell’entusiasmo e quell’adrenalina. Sará che sono in un periodo un po’ cosí, in perenne lotta con la sanitá americana cosí poco garantista e cosí tanto meritocratica (e per merito si intende l’ammontare del conto in banca ovviamente), decisamente homesick ora che ho avuto per un po’ di tempo i miei bimbi italiani in casa, un po’ troppo disincantata dai rapporti umani tra gli abitanti del Michigan, decisamente complicati se non sei uno di loro. Mi manca il calore delle chiacchere con le mamme all’uscita dall’asilo, il panettiere che ti chiede se vuoi il solito, incontrare la tua compagna delle medie per caso al supermercato e raccontarsi tutto in dieci minuti. Poi ovviamente ci sono anche tantissime cose che non mi mancano: le beghe famigliari, le visite comandate, le poste italiane, i parchetti ripieni di cacche e sigarette, la guida dell’italiano medio, la mancanza di parcheggi e di opportunitá in generale. Peró mi mancano i quotidiani, quelli si, forse piú della mozzarella. La patina catramosa che ti lasciano sulle dita, l’odore e le parole. Quelle per cui ti infervori e ti indigni, quelle che ti fan piangere e sorridere. I quotidiani online non sono per niente la stessa cosa. E per quanto io sia una fervente sostenitrice dell’industria del gossip, alla fine che le uniche notizie siano quelle sull’arresto di Reese Whinterspoon e sul clima, infastidisce anche me.

Quindi, se sono d’accordissimo sul fatto che tutti i ventenni dovrebbero lasciare il paese (e le mamme italiane che stirano i fazzoletti e preparano le valigie) per un anno, come una sorta di servizio militare, senza i fucili ma con lo scopo di imparare cosa c’é lá fuori. Come si vive. Come si pensa. Lontano dalle tette/culi in tv, lontano dalla politica volta solo ed esclusivamente al distruggere cercando di dare la colpa al prossimo senza pensare a costruire nulla, dalle battute sui finocchi, sui Caplippo, sul Ma lei quando viene?, dai soloni universitari che “oggi non ho voglia l’esame é rimandato a domani”, dal calcio e soprattutto dai suoi beceri tifosi e i loro squallidi sfottó, da Maria De Filippi, dal Lei non sa chi sono io, dal La prego signor vigile ho lasciato l’auto nel parcheggio handicappati solo dieci minuti. Capire che si vive anche senza corsie preferenziali e calci in culo e che é molto piú bello se una cosa te la guadagni tu invece che dare il merito alle mazzette dello zio dirigente. Rendersi conto che alla fine la scorciatoia non paga perché va comunque a scapito di qualcun altro. Imparare a fare lavoro di gruppo, sempre e comunque. Che essere orgogliosi della propria cittá non significa buttare merda su quella che c’é vicino.

E una volta imparato peró, dopo aver studiato e letto e guardato e vissuto, dopo aver fatto il lavapiatti a Londra per 3 pounds all’ora e aver fumato marjiuana in Thailandia attorno ad un fuoco con gente che viene da 3 continenti, dopo aver studiato biologia marina all’universitá di San Diego o raccolto mele in Chile, allora bisogna tornare. Perché uno puó avere tante bellissime e molto coerenti convinzioni da dietro il proprio pc, nella cameretta di casa propria, puó aver ascoltato le esperienze degli altri, puó essere andato in vacanza a Cuba, ma non é abbastanza per imparare qualcosa davvero. Ma poi le cose imparate bisogna metterle in atto.

Quindi nonostante i malumori, le difficoltá e, porcadiquellazozza, la neve a fine aprile, il bilancio di quest’anno é comunque sicuramente positivo perché ha insegnato qualcosa, un sacco di cose, a tutti noi. Io ho affrontato una ad una le mie paure, alcune le ho vinte, altre le ho archiviate in attesa di giudizio. Per molte ho fatto gattini. Il Sauro ha imparato l’inglese, ad essere buffo quando lo si sgrida, ad amare i libri, i treni e le uova con sorpresa. Ad usare YouTube. A fare la pipí nel vasino, che gli piacciono i gamberetti ma odia l’avocado e quant’é bello giocare ai camion con Patrick, a scuola. Erre ha imparato a sopportarci in questa ristretto menage famigliare da cui non si scappa con troppa facilitá e che far guidare una donna non lede la sua mascolinitá. Ma piú di tutto abbiamo imparato che puoi allontanarti dalla tua terra di origine quanto vuoi, ma prutroppo/perfortuna, te la porti dietro comunque.

I am the one hiding under your stairs, fingers like snakes and spiders in my hair.

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Halloween è qui. E lo so che voi dall’Italia continuate a dirmi che manca un mese, ma non è vero. Almeno negli Stati Uniti è iniziata la corsa alle zucche, agli zombie da giardino, al cidro ed ai costumi. E sono questi ultimi che mi stanno facendo dannare, ultimamente. Ma iniziamo per gradi.

La cosa più facile è stata scegliere quello per il Sauro. Appena ho visto che da Party City online vendevano quello da Max Re di tutte le Wild Things, sapevo che era quello per lui. Il Sauro è Max, lo è sempre stato, tanto che nella sua stanza c’è questa scritta a documentarlo. Peccato che avessi ignorato i segnali contrastanti e la scelta si sia rivelata un vero disastro. Innanzi tutto, in teoria il costume avrebbe dovuto essere 2/4 anni, che solo a pensarci con un po’ di grano salis, si sarebbe capito che c’era qualcosa che non andava. Dai due ai quattro anni un bambino normale triplica la sua stazza, come avrebbe fatto il famoso costume a starci dietro? Aveva i cordini come le tende a pacchetto? Evidentemente no. Infatti al Sauro, che è un duenne di stazza smilzo/alta, Max andava giusto giusto. Per non parlare della corona che faceva il giro più o meno al mio avambraccio… Un altro dettaglio da non sottovalutare, cosa che io ho ovviamente fatto, con l’alibi che dai il costume lo userà fino a 4 anni, avrà tempo di cambiare idea, è che il Sauro il costume di Max non lo voleva. Tutte le volte che gli chiedevo: “ti vuoi vestire da Max per Halloween? Così puoi diventare il re di tutti i mostri selvaggi e bla bla bla…”, lui rispondeva “no”. O, per essere completamente onesti, rispondeva: “no, Spongebob.” Quindi, nonostante il mio profondo rammarico, sta mattina ho riportato il costume al negozio. Ma Spongebob non l’ho preso. Quel costume è orrendo, carissimo e la cosa meno pratica al mondo per uscire a fare Dolcetto o Scherzetto al 30 di ottobre con la calzamaglia. Quindi dovrò convincerlo a scegliere un costume pratico, è anche un po’ figo, tipo Brobee o Capitan America.

Poi ci siamo noi grandi, che sebbene abbiamo sempre odiato le feste in maschera, qui è tutto talmente figo e ben organizzato che è venuta voglia anche noi. Erre insiste a vestirsi da Pimp… la cui traduzione letterale è Pappone, ma in effetti è più nero del ghetto, col capello afro, (o meglio, lui vorrebbe proprio questa…) il dollaro d’oro al collo e il bastone col pomello. Io in teoria dovrei fare la Beyoncee in Austin Power per fare il paio con lui, con parrucca riccia e stivaloni, ma, sticazzi, mi manca giusto poco poco il fisico… Quindi sono partite tutte una serie di proposte di abbigliamento di famiglia: Homer, Marge e Bart Simpson. Fred, Wilma e Bam Bam Flinstone. Dorothy, Uomo di Latta e Spaventapasseri, o Toto. Principessa Leyla, Darth Vader e R2D2. Mario e Luigi Bros, più funghetto. Tutti scartati per qualche motivo. La vera verità è che qui il 99% dei costumi da donna si dividono tra: porno Cappuccetto Rosso o Alice nel Paese delle Meraviglie, Dea greca maiala o Zombie biricchina. E io diciamo che non ne ho nè l’età nè la prestanza, per non parlare del fatto che non avrei voglia di migliorare i già ben scarsi rapporti col vicinato, aprendo ai figli dei vicini in giarrettiera e tette al vento. Senza parlare del fatto, che i costumi fighi, costano un occhio della testa.

Qui si accettano consigli. Budget massimo 50 dollari e se è compresa nel costume una parrucca a caschetto rosa è anche meglio.

Big me to talk about it.

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La mia vita è costellata da spese memorabili. E non spese importanti come l’auto o la casa, spese al supermercato, che chissà come mai mi ricordo perfettamente: le garlic pittas e l’aspirina al Sainsboury’s di Brighton, i cereali dei Ghostbuster della prima volta in California, il filetto della prima sera a casa nostra con Erre… E poi ci sarà sempre questa prima spesa da Kroger, arrivata in Michigan, dopo 13 ore di viaggio con un bambino insonne, ho mollato i maschi al residence e sono andata a comprare del confort food: biscotti con gocce di cioccolato, pomodori, prosciutto crudo, pane, hummus (in onore a Beu), latte, pasta e sugo. Effettivamente avevo chiesto alla reception di indicarmi un grocery store dove potevo comprare pane e latte e mi son ritrovata in questa cattedrale del consumismo, con le bottiglie di cocoacola da tre litri e corsie intere di alimenti di cui non sapevo l’esistenza, nè l’utilizzo.

In America è tutto grande, si sa. Ma più o meno avevo iniziato ad abituarmi alle confezioni da 8 petti di pollo, minimo o di 18 uova immacolate. Il gallone di latte (quasi 4 litri) è effettivamente comodo, se trova posto in frigo. Poi siamo andati da Cotsco. Ce l’aveva consigliato praticamente chiunque, che è conveniente, che si risparmia, che bisogna andarci. Quindi al primo weekend di relativa calma (lo scorso), ci siamo andati anche noi. È un capannone indubbiamente enorme, ma non più di altri effettivamente. La coda all’ingresso, già alle 10 del mattino però era importante. Carrelli che uscivano uno dopo l’altro senza lasciare lo spazio a chiunque di entrare. Forzato il blocco ed entrati, abbiamo fatto la tessera (110$, ma il 2% di ogni spesa ci verrà rimborsato a fine anno, quindi se spendi, ci guadagni. Ottima strategia di marketing). Quindi ci siamo inoltrati nel dedalo di scaffali, alti fino al cielo, pieni di confezioni gigantesche di qualsiasi cosa. Cotsco ti vende l’assicurazione sulla macchina o sulla vita, le vacanze, i biglietti dei concerti, le jacuzzi esterne, le canoe, gli elettrodomestici, gli anelli di fidanzamento, i libri ed i vestiti ed una quantità di cibo da far impallidire chiunque, tranne gli americani ovvio. Ho comprato una confezione da 2 kg di mirtilli per 7 dollari, quindi il rapporto qualità prezzo è ottimo. Resta la domanda se davvero mangeremo due kg di mirtilli prima che vadano a male, cosa che qui succede raramente, repentinamente (due ore prima era perfettamente mangiabile, due ore dopo è ricoperto di muffa) ed irreversibilmente.

Ho visto cose che voi umani… confezioni da 8 polli, interi. Kilometri di costine sottovuoto, torte di compleanno buone a sfamare un’intera scuola elementare. Noi stessi, abbiamo comprato, ad un prezzo stracciato, 1200 salviettine pulisci sedere del Sauro, che probabilmente avremmo ancora lì quando non serviranno più. Abbiamo preso anche pannolini, carta igienica, acqua in barile, bagnoschiuma, detergente lavatrice e lavapiatti, una confezione da tre bottiglie di ketchup per un totale di qualcosa come 26 litri di salsa. Insomma lo spesone pre-atomico. Per fortuna lo spazio qui non ci manca e prima o poi useremo tutto. È solo surreale, pensavo uscendo con i nostri due carrelli. E tanto americano….

Cos i’m being taken over by the fear.

Non ho più scritto perché sto facendo gattini più che mai. L’esperienza americana non è stata per niente come me l’aspettassi e questo ha cambiato tutte le prospettive.
In più siamo sinceramente abbandonati a noi stessi da quelle persone il cui unico mestiere sarebbe quello di organizzare la nostra partenza. Quindi vivo nel precariato. Ancora. Dopo mesi e mesi e mesi di attesa.
E macero le mie notti coi pensieri degli ultimi saluti ai nostri amici e familiari. Quella sarà la cosa più devastante, e infatti sto pensando seriamente di andare in taxi all’aeroporto…
Fortunatamente Erre, come al solito è super supportativo ed entusiasta all’idea di partire, quindi ci mitighiamo, o meglio lui stempera il mio pessimismo imperante.
Peró sono sicura che se non cogliessi questa opportunità me ne pentirei. E bla bla.
Non so se passo più tempo a farmi nel cervello discorsi motivazionali o a smontarmeli. E tutto ciò è così tipicamente femminile!
Nell’immediato le cose da risolvere sono:
– ritirare il passaporto del Sauro
– decidere esattamente cosa portare e cosa no e organizzare la data della spedizione del container. Che prima è meglio è, visto che sono cose di cui qui possiamo fare a meno ma là no. E che ci mette 5 settimane ad arrivare. Nelle quali, in teoria noi dovemmo trovare una sistemazione provvisoria, tipo un bel residence per uomini d’affari, ambiente ideale per un bambino di un anno e mezzo.
– andare a fare il colloquio per ottenere il visto, all’ambasciata americana. Le ambasciate in Italia sono 4, Milano, che è la più gettonata con una lista d’attesa lunghissima, Roma, che però al momento è chiusa per lavori, Napoli e Firenze. Io voterei per Napoli, e due giorni sulla costiera amalfitana, giusto così per festeggiare Pasqua…
– chiudere la casa in Italia, sospendere le utenze, disdire SKY e l’adsl, controllare che tutte le bollette sian domiciliate e che non ci siano emergenze da lasciare in mano a chi resta.
E poi varie ed eventuali, cammin facendo. Un passetto ala volta, che non siamo mica qui a partire per la legione straniera! 🙂