Gonna live while I’m alive. I’ll sleep when I’m dead.

 Sta notte ho fatto i conti. Sono 490 notti che non dormo 8 ore di fila. Neanche 6, se é per questo, ma 8 son quelle consigliate dagli esperti di Glamour e Marieclaire per avere la pelle splendida e i capelli lucidi come l’oro.

Che a dirlo in giro la gente non mi crede. Il BabySauro ha la faccia d’angelo, l’occhio ceruleo, la guanciotta paffutella, il sorriso facile e ahimé, il sonno leggero. Che poi non é mica solo colpa sua poveraccio, anche suo fratello contribusce alle pene notturne, ma la somma di tutto ciò si abbatte su di me e sulle mie notti, senza pietà. Questa notte ad esempio ero reduce da una nottataccia incubo vomitosa del Sauro e, manco a dirlo, sola, e mi son trovata a dover accudire un bambino che, senza motivi apparenti, ha deciso di tenermi sveglia dalle 2 alle 3.30.

Comunque io non ho perso tempo, ed ho stilato un decalogo delle cose che passano nella testa di ogni madre, che non dorme da cinquecento notti:

  1. Innanzi tutto, al primo piantino, si prega. Io divento devotissima della Madonna, di San Giuseppe, di Gesú bambino o di padre Pio. Qualsiasi divinità cristiana o pagana mi passi per la testa é invocata senza indugio. Le provo tutte perché, una volta su 10, il piantino non prosegue, il BabySauro si gira dall’altra e riprende a dormire, con buona pace mia e di tutti gli abitanti dei cieli.
  2. Al secondo piantino, si fanno i fioretti. Dai più banali: “se lo fai smettere (san Gennaro, Madre Teresa, santa Kate Moss), non mangerò più la cioccolata per un mese” ai più articolati: “Ok, se adesso non si sveglia e riesco a dormire almeno fino alle 2.47 da domani inizio la dieta, solo verdura. E vado a correre. E mi iscrivo in palestra, che mi sono già anche salvata il numero del personal trainer. Si, si, lo chiamo e gli dico che voglio perdere 20 kg. Ecco, adesso si che ho la motivazione giusta e poi finalmente potrò entrare in quel bikini di Victoria Secrets che ho comprato e mai messo…” (ovviamente la maggior parte delle volte lui non smette e io mi butto sui Duplo)
  3. L’accettazione. Ok piange. É innegabile. Non é un piantino, non passa, devi fare qualcosa prima che svegli suo fratello. Quindi si striscia fuori dal letto, in piena notte e si raggiunge il lettino, dove si cerca di consolare l’urlatore nella maniera più rapida possibile. Il più delle volte ci si addormenta in piedi. Cosa che io prima di aver figli credevo fosse una leggenda metropolitana e invece mi capita quotidianamente. Mi piego ad L, appoggio la fronte sulla sponda del lettino, porgo la manina al pargolo urlante e cerco di recuperare 30 secondi di sonno. Questa operazione può durare dai due minuti alle due ore.
  4. La blanda lamentela. Tra sé e sé ovviamente, che non c’é nessuno a cui poter esternare le proprie pene. Robe tipo: “Certo che sono proprio sfortunata, io non lo so come faccio ad essere ancora viva. Eh si, dovrei essere morta. Stecchita. Chissà se qualcuno si accorgerebbe della differenza. Certo che una vita così proprio non me la merito. Perché a me? Proprio io, con tutte le sfortune che già mi ritrovo…” [Questa fase può sfociare nell’invio di un sms notturno di insulti al coniuge che dorme beatamente in una stanza d’albergo del nord Europa e che al mattino potrebbe azzardarsi a pronunciare frasi del tipo: “Certo che il mio letto king size con lenzuola di cotone egiziano, i figli a 600 km di distanza, il room service  e la sveglia con gli uccellini non era poi così comodo.”, provocando una crisi coniugale non da poco.]
  5. Quindi segue la rabbia. La furia assassina proprio. Fortunatamente non verso l’urlatore che anche nel dramma resta coccoloso e dice cose tipo Mammaaaaaa con gli occhi a cuore mentre cerca di infilarti il suo ciuccio nel naso. Io in particolare me la prendo con i ladri, i manigoldi e i fuori legge che potrebbero popolare il mio giardino cercando di introdursi in casa. Che dovete sapere io ho un’avversione verso le tende alle finestre, quindi quando vago in giro per casa nel cuore della notte, soprattutto quando son sola, vedo decine di ombre e mi convinco siano estranei che stanno per intrufolarsi nel mio salotto. Quindi prima mi spavento. Poi sono talmente incazzata che inizio a pensare: “Ma se davvero fosse un ladro, sai quante botte si prende? Ho anche la mazza da baseball autografata da Cabrera vicino al letto. Che entri solo e gli faccio vedere io…” e da qui partono una serie di film mentali su di me che maltratto i lestofanti (che spesso hanno le fattezze di un mix tra Rhett Butler e Diabolik). Grazie al cielo niente di ciò é mai capitato al di fuori del mio cervello.
  6. La rassegnazione. A questo punto si é quasi completamente svegli e non si cerca più di addormentarsi. É passata almeno un’ora dal primo piantino e finalmente ci si rende conto che la tecnica “speranze e bestemmie” non basterà. Quindi si prende, per forza di cose, in mano la situazione. Si somministrano sciroppi e supposte, si cambiano pannolini, si prova con l’acqua e zucchero. Si canta, si culla, si stringono manine. Ogni tanto funziona.
  7. Ogni tanto no, quindi si passa alla fase: faccio a pezzi tutte le mie convinzioni, pur che faccia sta cavolo di nanna. Quindi ci si dimentica della pedagogia e si mettono in atto le peggio nefandezze: si danno cucci a bimbi a cui non sono mai stati concessi. Ciucci intrisi di miele o Nutella. O entrambi. Si aprono le porte dei lettoni. Li si lascia da soli in un lettone di quattro metri per quattro mentre si va a dormire sul divano o nel loro lettino con le sbarre da un metro. O per terra. Li si li tengono in braccio, cullandoli saltellando su una gamba sola, cantando e contemporaneamente servendo biberon di ambrosia.
  8. L’ammissione della sconfitta. Ok bambino, hai vinto tu, contento? Possiamo sederci sul letto e guardarci negli occhi. Possiamo giocare e tu puoi fare dei versetti. Puoi saltare sul letto. Puoi infilarmi le dita del naso, cercare di salirmi in testa. Colorare con i pennarelli indelebili sulla mia fronte. Sono totalmente soggiogata al tuo potere.
  9. La disperazione più totale. Ormai mancano tre ore alla sveglia. Un’altra notte persa. E lui sta continuando a fissare i quadri sopra la vostra testa con gli occhi spalancati. Ti viene da piangere. Inizi a ripensare al giorno più bello della tua vita: quella Pasquetta del 2003 quando ti sei svegliata e il sole stava tramontando sul mare. Avevi dormito tipo per venti ore di fila. Certo che quelli erano bei tempi. Senza figli, domeniche intere in posizione orizzontale. Svegliarsi, mangiare e tornare a dormire. La tua idea del paradiso adesso.
  10. Il sogno ad occhi aperti (ovviamente): e da qui parte un volo pindarico. Inizia con qualcuno (il più delle volte tuo marito) che ti dice: “ti ho fatto un regalo. Puoi andare in quell’hotel questa notte, da sola. Dormi, goditela, ci vediamo domattina.” E ti immaginerai in quel lettone, alle sette e mezza/otto di sera, sprofondata nei cuscini, con davanti 15 ore di sonno ininterrotto. La cosa più bella che puoi immaginare. Niente Caraibi o borse griffate. Una notte in un motel tre stelle nell’interland torinese.

Poi finalmente, ogni volta, quando hai perso totalmente la speranza, il bambino si riaddormenta. Il più delle volte con il pannolino a tre millimetri dal tuo naso o con un gomito che ti punta nelle costole. O entrambe le cose. Ma tu sei troppo spaventata che si risvegli e troppo esausta per fare qualcosa. Quindi ti addormenti così, per quelle successive due ore e mezza di sonno ristoratore che ti separano dalla sveglia. E pensi che prima che tu te ne accorga, saranno adolescenti dormiglioni. Forse.

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We’re off to see the wizard, The Wonderful Wizard of Oz.

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Prima di abitare negli Usa, gli eventi atmosferici erano solo un noioso contorno alla giornata. In Piemonte poi, fa lo stesso tempo per almeno una settimana di fila, che sia pioggia o sole, quindi dopo il primo giorno c’é ben poco da discutere. Gli americani invece, come ben si sa, adorano parlare del tempo; un po’ perché é un argomento neutro, dove non si rischia di offendere la sensibilità di nessuno, un po’ perché, diciamocelo, ne  hanno da dire. Il Michigan in particolare é famoso per avere quelle giornate che loro chiamano four seasons in a day, ovvero quattro stagioni in un giorno, e non parlano della pizza! A me molto spesso, in primavera ed autunno, capita di accendere il riscaldamento e l’aria condizionata a poche ore di distanza. Merito anche delle case coibentate con i pop corn, credo. Quindi di inverno fa freddo, fino a meno quaranta come ho provato sulla mia pelle e d’estate fa caldo, anche fino a quaranta gradi. Caldo e umido che Bangkok al confronto sembra Varazze. Poi ci sono le stagioni intermedie, che sono brevi ed anche piacevoli. Soprattutto perché esplodono fiori, colori, animali (quelli non esplodono, se non forse i cervi nella stagione della caccia e gli opossum che attaccano i bidoni dell’immondizia del vicino sbagliato) e cieli pazzeschi, che qui negli Usa é tutto più grande, non solo le bottiglie di Pepsi. Da quando siamo qui abbiamo imparato a familiarizzare con espressioni come: tempesta di neve, temporale violento, allarme allagamento, caldo tropicale, che dette in inglese fanno ancora più paura tra l’altro. Ma oggi, per la prima volta, l’allarme é stato quello da me piú temuto: tornado.

Quando vivi in Italia i tornado sembrano robe lontanissime, che appartengono più al Mago di Oz che al mondo reale, mentre qui esistono eccome, e dove passano rasano tutto al suolo. Tanto che io ho ricevuto più di un opuscolo e anche istruzioni verbali sul cosa fare in tal caso. Certo sono più comuni al Sud, in Arkansas per esempio, ma anche in Michigan ci sono stati, ed han fatto più di un morto. Anche le tempeste di neve e gli allagamenti certo, ma quello che mi spaventa più di tutto, dei tornado e che sono imprevedibili e letali. Poi ammetto che anche l’aver letto, di recente, questo articolo, in cui una madre ha pubblicato gli ultimi sms col figlio che chiuso nel bagno aspettava l’arrivo del vortice, non ha aiutato a diminuire il pathos. Infatti non leggetelo. Che non c’é mica il lieto fine. Io vi ho avvertito eh.

L’allarme é arrivato nel primo pomeriggio, via sms dal servizio allerta nazionale, quello che ti avverte se ci sono pericoli imminenti nella zona in cui é il tuo cellulare. Non so come facciano e no ci tengo a saperlo, ma funziona anche se il più delle volte l’allarme é ampiamente sopravvalutato. Nel senso che se non decidi di andarti a fare una passeggiata nei boschi o una nuotata nel lago, sei tranquillo. Peccato che oggi sul telefonino sia apparsa la parola tornado e che Erre fosse appena partito per l’aeroporto in viaggio di lavoro mentre il Sauro grande era a scuola. Quindi mi ritrovavo sola. Io, il Baby Sauro e l’allarme. E le amiche con cui chattare, per fortuna. Ognuna nel suo basement. Ho iniziato a guardare Fox News, relativamente tranquilla, ma i toni del commentatore, che aveva interrotto tutte le altre trasmissioni per dare notizie sul da farsi, erano decisamente allarmanti. Per un po’ é stato abbastanza il panico, che non si capiva bene se il vortice c’era e quanto era potente e soprattutto dove cavolo stesse andando. Il commentatore era davvero in paranoia e mi stava trasportando con sé. Poi ho girato su ABC e il tizio nuovo aveva toni decisamente più pacati. Quindi, cara Fox Tv di Detroit, porcacciadiunamiseria, magari la prossima volta evita di far condurre il programma da uno che ha la fobia dei tornado. Non per essere razzisti, va benissimo uno che ha paura dei ragni o dei piccioni ma il tizio di oggi, lascialo a casa, nel seminterrato con la pentola della pasta in testa, come consigliano qui.

Quindi per un paio d’ore siamo rimasti io, il Baby Sauro e la tv, a fissare quelle nuvole rosse sul radar, a sentire i consigli, a chiederci che cosa ne sarebbe stato del nostro orto, piantato ieri di fresco. Pioveva si, ma qui quando piove piove, non quella roba da femminucce londinese, per dire. Ad un certo punto ha anche smesso e mi son chiesta se fosse quella la famosa calma prima della tempesta. E poi, chi lo sa se davvero piove quando c’é un tornado? Non c’é vento e basta? Devo rivedere il film, benedetto Bill Paxton… Poi hanno riniziato ad arrivare nuove allerte, per la nostra zona, che il tornado iniziale aveva per fortuna virato verso nord. A quel punto mi son trovata nel mezzo della scelta peggiore che una madre (sola in un paese straniero) possa fare: esco in macchina, col Baby Sauro al seguito, rischiando di metterlo in pericolo per andare a prendere il Sauro grande oppure lascio il Sauro grande a scuola, che in teoria dovrebbe essere un luogo sicuro e aspetto che passi? Davvero avrei potuto aspettare lontana da uno dei due bimbi? Ovviamente no, e chiunque ha un figlio, un cane o un amico del cuore, lo sa benissimo. Quindi ho controllato che il brutto brutto brutto dovesse arrivare alle 5. Erano le quattro e mezza, avevo mezz’ora per fare tutto, ho infilato il Baby Sauro ignaro e anche un po’ affamato in macchina e siamo partiti per la scuola, pregando si star facendo la scelta giusta.

Usciti dal nostro quartiere residenziale ho visto anche un cretino che faceva jogging e mi sono tranquillizzata. Una cosa é stare davanti alla tv a leggere notizie catastrofiche, un’altra é uscire, vedere che c’é vita là fuori, constatare che piove ma si é visto di peggio. Quindi sono arrivata a scuola, col Baby in braccio, relativamente tranquilla. (Siamo onesti, dico relativamente perché ho dovuto tentare sei volte il codice della porta di entrata prima di farlo giusto.)

Una volta nel corridoio delle classi ho visto tutti i bambini e le maestre seduti per terra. E ammetto che é stato panico.Un po’. E anche senso di colpa. Una cosa é immaginarlo, un’altra entrare in un luogo che ti é famigliare, dove lasci tuo figlio a cuor leggero, e renderti conto che probabilmente avrebbe potuto essere in pericolo anche lì. Avrei potuto andare prima, avessi sospettato. Mi han detto essere procedura standard ma comunque l’atmosfera non era rilassata neanche un po’. Il Sauro dal canto suo era allegro e blaterante. Mi si é avvicinato correndo, brandendo la sua calcolatrice delle Ninja Turtles che usa come finto telefono, dicendomi che aveva chiamato Batman. E Superman. Non credo abbia ben capito perché era finito nel corridoio seduto per terra a farsi leggere Caps For Sale (gran libro tra l’altro, il Sauro e i suoi compagni lo adorano!). Comunque é stato contento di venire a casa con me.

Piano piano sotto quintali di acqua, siamo tornati a casa. Piano piano ha smesso di piovere a dirotto e noi ci siamo stufati di guardare le nuove rosse alla tv e abbiamo girato su Phineas and Pherbs. Poi il Baby Sauro si é fatto un pisolino e noi abbiamo giocato ai Lego. E siamo sopravvissuti alla nostra prima allerta tornado.

Comunque una cosa l’ho imparata: non mi lamenterò mai più dei quindici giorni consecutivi di pioggia a marzo in Piemonte.

Every little thing is gonna be alright.

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E così, per sfuggire al terribile inverno del Michigan (che persiste a durare da fine ottobre), ci siamo rifugiati una settimana in Jamaica. La meta é stata scelta essenzialmente basandoci su tre criteri essenziali: il volo diretto, da Detroit, possibilmente con orari non troppo disumani e di durata accettabile; resort all inclusive, ma di quelli veri, dove tutto tutto é incluso, dal rum al baby club e ovviamente caldo, palme, mare cristallino.

Quindi, caricati pannolini, creme da sole, palette e secchielli, magliette da bagno, orsi per la nanna e tutta quella serie di amenità che distingue una vacanza da adulti – costume/pareo/infradito – da una vacanza con mocciosetti al seguito e soprattutto caricati chili di cibo per il Baby Sauro che procede come un treno con lo svezzamento ∗ e mangia come un piccolo lupo affamato alla faccia di suo fratello anche detto Posh Spice, siamo partiti.

Della Jamaica in sé, ahimè, abbiamo visto poco che viaggiare con un tre-enne e un cinque-mesenne ha comunque i suoi limiti, quindi niente catena umana per salire in punta alle Dunn’s Riever Falls, niente discesa col bob giù in mezzo alla foresta, niente bagno con i delfini e soprattutto niente photogallery di me che uscivo dalle acque come Honey Ryder/Ursula Andress (col fisico di Ursula della Sirenetta, però) nel James Bond Dr. No, sulla spiaggia in cui hanno girato il film, che era proprio lì a due passi. So che avreste gradito. In compenso ho visto il verde più verde che esista dei prati e degli alberi, visto un sacco di uccelli pazzeschi, scoperto che se noi hai una capretta al guinzaglio fuori di casa non sei nessuno e che in Jamaica si guida al contrario, come in Inghilterra. E anche che il jamaicano non ha niente a che vedere con l’inglese. Cioé in teoria si, ma in pratica é tutto uno slang biascicato loro waaaasssupppppmaaaaaannn e yooooobbudddddddyyy, che ti sembra di prenderli per il culo ma in realtà loro parlano così sul serio.

I jamaicani sono sempre felici e allegri e canterini. Le ragazze che gestivano il kids club sono diventate delle mamme per il Baby Sauro dopo il primo giorno e se lo spupazzavano adoranti chiamandolo My Boyfriend mentre io bevevo piñacolada in piscina. Il fatto che il villaggio fosse uno dei tre nei Caraibi che ospita i personaggi di Sesame Street poi é stato un super plus per il Sauro grande, che una cosa é lasciarlo in piscina con la maestra, un’altra sugli scivoli acquatici il Cookie Monster all’urlo di Coooooowabunga! Quindi per qualche ora, io ed Erre ce ne siamo stati soli, a godercela, come non capitava almeno da tre anni e mezzo. Un paradiso. (Nonostante abbia testato sulla mia pelle l’innegabile verità, che i genitori, senza figli, passano il tempo a parlare dei figli.)

Peccato solo che i maschi jamaicani siano abituati alle comitive di donne che vanno lì per divertirsi (con loro, intendiamoci… Una sorta di turismo sessuale al femminile, qui un articolo con i miei complimenti all’autrice per la scelta del titolo) quindi ogni qual volta mi trovavo sola, entro cinque minuti mi vedevo arrivare il maschio di turno che faceva vagamente il marpione. Niente di che, davvero, anche perché appena subodoravano che non eri interessata, si dileguavano con profusione di sorrisi. Ma alla lunga é un po’ pesante, soprattutto se davvero non hai altro desiderio che stare mezz’ora sulla veranda di camera tua a bere birra senza sentire frasi che inizino con: mamma-mamma-mamma.

Quindi dopo sette giorni di paradiso, rallegrati dai nostri amici Red Stripe e Bloody Mary, ce ne siamo tornati, rigenerati e anche vagamente abbronzati, in Michigan. Qui piove e ci sono 13 gradi. Baby don’t worry, about the things.

∗ A proposito di svezzamento, il Metodo Gattini é stato ospite di Mamme all’Estero, proprio per parlare di quello. Leggete qui.

You were bigger, brighter and whiter than snow.

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Oggi alla Sauro-scuola era il giorno delle fotografie, il Picture Day, evento tipicamente americano e da me, ovviamente amatissimo. Credo che a chiunque sia capitato di vedere in un film o una serie tv americana, dai Simpsons a Footloose, abbia idea di cosa siano quelle foto con il fondale spugnato e i vestiti della festa. Quindi questa mattina, sfidando la neve (ebbene si, ancora), la batteria della mia macchina che ha deciso di morire sul più bello e i capelli del Sauro che si é svegliato come se avesse infilato le dita nella presa, siamo partiti alla volta del Picture Day.

Ho abbottonato camicie, ingellato capelli ribelli, fatto pratica di sorrisi, lavato denti, allacciato scarpe e  persino infilato il Baby Sauro in un’adorabile scomodissima tutina rigata con tanto di colletto. Gli avevo anche messo le scarpe ma sono andate perse tra le bestemmie (mie) e i pianti (suoi) della macchina che non partiva.

Arrivati finalmente a scuola ci hanno mandato nella stanza dove una fotografa faceva avvenire il suo miracolo. Aveva tanto di luci, cavalletti, teli bianchi e tutte quelle robe da professionisti. Prima di noi c’era un compagno del Sauro. Aveva il basco, il panciotto mille bottoni e l’aria di uno che non si stava divertendo per niente. Perché per tanto che io abbia pensato che forse la cravatta fosse un po’ troppo, l’americano non ha ritegno nell’agghindare i bambini per la fotografia scolastica: ho visto con i miei occhi abiti da sposa, pon pon girls, piccoli marines e neonati in giacca di pailettes. Mentre l’altr’anno la foto del Sauro aveva il tipico sfondo marmoreo di tutte le foto americane da annuario da qui agli anni ’60 (questo, per intenderci), quest’anno, forse perché era la sessione primaverile (quella invernale l’avevamo persa per malattia), lo sfondo era un bel boschetto verdeggiante. La cosa più buffa però é che il Sauro é stato adagiato su di un drappo di vellutino verde, un mix tra un prato e una tenda di Via col Vento. Fargli le foto é stato facile, avevamo fatto così tanta pratica di sorrisi che é arrivato lì con una paralisi facciale. Quindi é stato il momento della foto di coppia, Sauro e Baby.

Ovviamente il fratello grande non era per niente entusiasta della cosa e ha collaborato ben poco, soprattutto nella salda presa del fratello onde evitare che rovinasse giù dal finto boschetto. La scaltra fotografa però aveva pensato anche a questo: ha messo un’assistente, coperta dal drappo, a tenere il Baby in modo che non cadesse e allo stesso tempo, così ricoperta, fungesse da collinetta erbosa o roccia muschiosa. La stessa cosa é valsa per le baby foto in solitaria. Il BabySauro é stato adagiato su uno di quei cuscini a C, ma sempre ricoperto dal drappo truffaldino, in modo che sembrasse seduto nel centro di un cratere erboso.

Ha poi usato una serie di accorgimenti che facevano capire avesse più esperienza lei di papa Giovanni, con i marmocchi. Innanzi tutto era dotata di salviette umidificate: nel giro di un nano secondo ha pulito un naso colante e asciugato un rigurgito lattoso. Poi, come fare ad attirare lo sguardo di un neonato che ovviamente avrà non solo l’occhio vacuo di uno che se la stava bellamente dormendo nell’ovetto fino ad un minuto prima ma che oltretutto si ostina a guardare dall’altra? Basta un piumino per la polvere arcobaleno. Se agitato e correlato dei giusti versetti, attirerebbe anche le attenzioni di Brontolo. E soprattutto bisogna avere i riflessi di Ben Johnson, nell’immortalare il preciso secondo in cui entrambi i bambini guardano in camera, sorridono, non si scaccolano, non fanno gli occhi storti o il broncio. Se avete figli, nipoti o bambini preferiti e avete mai provato a fotografarli, sapete di cosa parlo.

E il tutto non é durato più di cinque minuti. Ora bisognerà aspettare due o tre settimane per vederne i risultati. Le aspettative sono già altissime.

Deep roots are not reached by the frost.

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Caro Duemilaquattordici,
sono stata buona e paziente con l’anno che sta per finire.
Non ho bevuto i margaritas in gravidanza, ho fatto esercizio fisico anche quando avevo la panza e avrei solo voluto star seduta sul divano a mangiare patatine e formaggio fuso. Ho pulito le cacche e pipì necessarie a togliere il pannolino al Sauro.
Ho deciso di allattare il BabySauro per un bene superiore anche se proprio lo detesto. Sperando di garantirgli salute eterna. O almeno l’ingresso a Stanford.
Non ho detto quello che pensavo, quando lo pensavo, anche se pensavo di avere ragione.
Ho portato pazienza, come diciamo noi sabaudi.
E di pazienza io non ne ho mica molta, così per genetica.
Comunque, per dire, che secondo me una ricompensa me la merito.

Per questo, caro anno, non vorrei nulla di eccezionale. Niente per cui tu debba impegnarti più che tanto. Niente vincite al PowerBall o borse di Chanel. Vorrei solo dormire di più, un poco di più e anche non tutte le notti, basta una ogni tanto.
Vorrei scoprire finalmente cosa farò da grande. O anche solo in quale parte del mondo abiterò. Ma in effetti non ho tutta questa fretta.
Vorrei rientrare nei miei jeans skinny e avere la costanza di tornare in palestra.
Vorrei amare meglio e di più chi mi ama così bene.
Poi vorrei anche tutte quelle robe che vogliono tutti, salute, affetto e botte di culo inaspettate, ma questa parte puoi copiaincollarla da qualcun altro, che più o meno vogliamo tutti le stesse cose.

In compenso ti prometto che farò la raccolta differenziata e continuerò a credere che il Karma alla fine aggiusta tutto e distribuisce gratta e vinci fortunati a chi se lo merita e cacca ai cattivi. Cambierò i pannolini del BabySauro senza lamentarmi e continuerò a cucinare cose sane che il Sauro non mangerà, non arrendendomi a dargli hot dog e cioccolato tutti i giorni.
Mi struccherò anche dopo una giornata orribile e mi laverò i denti dopo aver mangiato il cioccolatino di confronto notturno.
Sarò buona con chi se lo merita, e la solita orrenda persona con tutti gli altri.
Per il resto, buoni Gattini a tutti!

Thank you for your smile, you make it all worth while to us.

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Il Metodo Gattini è un attimino in stand by causa arrivo baby Sauro nuovo nuovo.
Tutto bene, bimbo bravo, il Sauro grande non ha ancora cercato di farlo fuori e anzi, tra l’ignorarlo completamente, si prende anche qualche pausa affettuosa in cui lo accarezza gentilmente sulla testa o gli mette davanti alla faccia qualcuno dei suoi giocattoli. Vederli insieme scalda il cuore.
Noi siamo stanchi esausti, che non ci si ricordava più quante volte un neonato possa pisciarsi di traverso, dalle orecchie agli alluci, imbrattando tutine-body-coperte-asciugamani e tutto quanto trovi al suo passaggio. In media un baby Sauro quindi fa più cambi in un giorno che Beyoncèe in un concerto.
Notti insonni, dolorini diffusi, una ferita che non si rimargina come dovrebbe, test alle anche, pediatri, tante gite a pesare il baby Sauro che pare un po’ meno Victoria Beckham di suo fratello, ma mangione è proprio un’altra cosa, peró felici. Soprattutto perché sappiamo quanto tutto questo sia transitorio e che piano piano, se teniamo duro e raccogliamo i pezzi che perdiamo per strada uno alla volta, torneremmo ad essere quelli di sempre. Le ferite si rimarginano, le ore di sonno si recuperano, le occhiaie spariscono. Spero anche i chili superflui, senza troppa fatica.
Quindi a presto, appena riuscirò ad ordinare i pensieri in una fila non troppo sbilenca, che ho tanto da raccontare: la gravidanza negli usa è favolosa, l’esperienza del parto, totalmente diversa dalla mia precedente in Italia, le cure per il neonato e come mi han seguito ossessivamente (13 visite in 15 giorni) e come probabilmente hanno avuto ragione loro, le visite delle infermiere a domicilio, che sto aspettando proprio ora per farmi curare la mia ferita balenga.
Ma per ora, ancora per un po’, ho tempo solo per fare la mamma. Che, come mi disse una volta qualcuno di molto saggio, sei il genitore migliore che i tuoi figli mai avranno, quindi impegnati anche se è una gara vinta in partenza.
Per il resto (le pulizie, le lavatrici, i vetri e le mie sopracciglia) per ora Gattini.