Gonna live while I’m alive. I’ll sleep when I’m dead.

 Sta notte ho fatto i conti. Sono 490 notti che non dormo 8 ore di fila. Neanche 6, se é per questo, ma 8 son quelle consigliate dagli esperti di Glamour e Marieclaire per avere la pelle splendida e i capelli lucidi come l’oro.

Che a dirlo in giro la gente non mi crede. Il BabySauro ha la faccia d’angelo, l’occhio ceruleo, la guanciotta paffutella, il sorriso facile e ahimé, il sonno leggero. Che poi non é mica solo colpa sua poveraccio, anche suo fratello contribusce alle pene notturne, ma la somma di tutto ciò si abbatte su di me e sulle mie notti, senza pietà. Questa notte ad esempio ero reduce da una nottataccia incubo vomitosa del Sauro e, manco a dirlo, sola, e mi son trovata a dover accudire un bambino che, senza motivi apparenti, ha deciso di tenermi sveglia dalle 2 alle 3.30.

Comunque io non ho perso tempo, ed ho stilato un decalogo delle cose che passano nella testa di ogni madre, che non dorme da cinquecento notti:

  1. Innanzi tutto, al primo piantino, si prega. Io divento devotissima della Madonna, di San Giuseppe, di Gesú bambino o di padre Pio. Qualsiasi divinità cristiana o pagana mi passi per la testa é invocata senza indugio. Le provo tutte perché, una volta su 10, il piantino non prosegue, il BabySauro si gira dall’altra e riprende a dormire, con buona pace mia e di tutti gli abitanti dei cieli.
  2. Al secondo piantino, si fanno i fioretti. Dai più banali: “se lo fai smettere (san Gennaro, Madre Teresa, santa Kate Moss), non mangerò più la cioccolata per un mese” ai più articolati: “Ok, se adesso non si sveglia e riesco a dormire almeno fino alle 2.47 da domani inizio la dieta, solo verdura. E vado a correre. E mi iscrivo in palestra, che mi sono già anche salvata il numero del personal trainer. Si, si, lo chiamo e gli dico che voglio perdere 20 kg. Ecco, adesso si che ho la motivazione giusta e poi finalmente potrò entrare in quel bikini di Victoria Secrets che ho comprato e mai messo…” (ovviamente la maggior parte delle volte lui non smette e io mi butto sui Duplo)
  3. L’accettazione. Ok piange. É innegabile. Non é un piantino, non passa, devi fare qualcosa prima che svegli suo fratello. Quindi si striscia fuori dal letto, in piena notte e si raggiunge il lettino, dove si cerca di consolare l’urlatore nella maniera più rapida possibile. Il più delle volte ci si addormenta in piedi. Cosa che io prima di aver figli credevo fosse una leggenda metropolitana e invece mi capita quotidianamente. Mi piego ad L, appoggio la fronte sulla sponda del lettino, porgo la manina al pargolo urlante e cerco di recuperare 30 secondi di sonno. Questa operazione può durare dai due minuti alle due ore.
  4. La blanda lamentela. Tra sé e sé ovviamente, che non c’é nessuno a cui poter esternare le proprie pene. Robe tipo: “Certo che sono proprio sfortunata, io non lo so come faccio ad essere ancora viva. Eh si, dovrei essere morta. Stecchita. Chissà se qualcuno si accorgerebbe della differenza. Certo che una vita così proprio non me la merito. Perché a me? Proprio io, con tutte le sfortune che già mi ritrovo…” [Questa fase può sfociare nell’invio di un sms notturno di insulti al coniuge che dorme beatamente in una stanza d’albergo del nord Europa e che al mattino potrebbe azzardarsi a pronunciare frasi del tipo: “Certo che il mio letto king size con lenzuola di cotone egiziano, i figli a 600 km di distanza, il room service  e la sveglia con gli uccellini non era poi così comodo.”, provocando una crisi coniugale non da poco.]
  5. Quindi segue la rabbia. La furia assassina proprio. Fortunatamente non verso l’urlatore che anche nel dramma resta coccoloso e dice cose tipo Mammaaaaaa con gli occhi a cuore mentre cerca di infilarti il suo ciuccio nel naso. Io in particolare me la prendo con i ladri, i manigoldi e i fuori legge che potrebbero popolare il mio giardino cercando di introdursi in casa. Che dovete sapere io ho un’avversione verso le tende alle finestre, quindi quando vago in giro per casa nel cuore della notte, soprattutto quando son sola, vedo decine di ombre e mi convinco siano estranei che stanno per intrufolarsi nel mio salotto. Quindi prima mi spavento. Poi sono talmente incazzata che inizio a pensare: “Ma se davvero fosse un ladro, sai quante botte si prende? Ho anche la mazza da baseball autografata da Cabrera vicino al letto. Che entri solo e gli faccio vedere io…” e da qui partono una serie di film mentali su di me che maltratto i lestofanti (che spesso hanno le fattezze di un mix tra Rhett Butler e Diabolik). Grazie al cielo niente di ciò é mai capitato al di fuori del mio cervello.
  6. La rassegnazione. A questo punto si é quasi completamente svegli e non si cerca più di addormentarsi. É passata almeno un’ora dal primo piantino e finalmente ci si rende conto che la tecnica “speranze e bestemmie” non basterà. Quindi si prende, per forza di cose, in mano la situazione. Si somministrano sciroppi e supposte, si cambiano pannolini, si prova con l’acqua e zucchero. Si canta, si culla, si stringono manine. Ogni tanto funziona.
  7. Ogni tanto no, quindi si passa alla fase: faccio a pezzi tutte le mie convinzioni, pur che faccia sta cavolo di nanna. Quindi ci si dimentica della pedagogia e si mettono in atto le peggio nefandezze: si danno cucci a bimbi a cui non sono mai stati concessi. Ciucci intrisi di miele o Nutella. O entrambi. Si aprono le porte dei lettoni. Li si lascia da soli in un lettone di quattro metri per quattro mentre si va a dormire sul divano o nel loro lettino con le sbarre da un metro. O per terra. Li si li tengono in braccio, cullandoli saltellando su una gamba sola, cantando e contemporaneamente servendo biberon di ambrosia.
  8. L’ammissione della sconfitta. Ok bambino, hai vinto tu, contento? Possiamo sederci sul letto e guardarci negli occhi. Possiamo giocare e tu puoi fare dei versetti. Puoi saltare sul letto. Puoi infilarmi le dita del naso, cercare di salirmi in testa. Colorare con i pennarelli indelebili sulla mia fronte. Sono totalmente soggiogata al tuo potere.
  9. La disperazione più totale. Ormai mancano tre ore alla sveglia. Un’altra notte persa. E lui sta continuando a fissare i quadri sopra la vostra testa con gli occhi spalancati. Ti viene da piangere. Inizi a ripensare al giorno più bello della tua vita: quella Pasquetta del 2003 quando ti sei svegliata e il sole stava tramontando sul mare. Avevi dormito tipo per venti ore di fila. Certo che quelli erano bei tempi. Senza figli, domeniche intere in posizione orizzontale. Svegliarsi, mangiare e tornare a dormire. La tua idea del paradiso adesso.
  10. Il sogno ad occhi aperti (ovviamente): e da qui parte un volo pindarico. Inizia con qualcuno (il più delle volte tuo marito) che ti dice: “ti ho fatto un regalo. Puoi andare in quell’hotel questa notte, da sola. Dormi, goditela, ci vediamo domattina.” E ti immaginerai in quel lettone, alle sette e mezza/otto di sera, sprofondata nei cuscini, con davanti 15 ore di sonno ininterrotto. La cosa più bella che puoi immaginare. Niente Caraibi o borse griffate. Una notte in un motel tre stelle nell’interland torinese.

Poi finalmente, ogni volta, quando hai perso totalmente la speranza, il bambino si riaddormenta. Il più delle volte con il pannolino a tre millimetri dal tuo naso o con un gomito che ti punta nelle costole. O entrambe le cose. Ma tu sei troppo spaventata che si risvegli e troppo esausta per fare qualcosa. Quindi ti addormenti così, per quelle successive due ore e mezza di sonno ristoratore che ti separano dalla sveglia. E pensi che prima che tu te ne accorga, saranno adolescenti dormiglioni. Forse.

She’s got her God and she’s got good wine, Aretha Franklin and Patsy Cline.

IMG_0380 Dieci motivi per cui avere una ragazza alla pari americana mi ha cambiato la vita (in meglio eh!):

  1. Posso permettermi di non essere più costantemente multitasking: smetterla di seguire un corso online senza cuffie perché il Baby Sauro al piano di sotto potrebbe svegliarsi improvvisamente dal riposino; cucinare cena con una palla al piede attaccata alla  mia caviglia e che mi trascino in giro per la cucina – che nella fattispecie é un bambino di un anno – o trovarmi a fare riunioni su Skype in mutande (tanto mi si vede solo dal torace in su) con il Sauro che cerca di mettermi lo smalto sulle dita dei piedi accucciato sotto la scrivania, mentre io dissimulo. True story.
  2. Di conseguenza posso essere più brava in tutto quello che faccio perché finalmente faccio una cosa alla volta (o anche due ma é sempre un grandissimo passo avanti). Sia che lavori, giochi con i bambini o mi faccia la tinta, sto facendo solo quello. Hip hip-horrey.
  3. Non lavoro più dopo le 18, salvo eccezioni importantissime. (perché si, ho ricominciato a lavorare!)  Dalle 9 alle 18 ho tutto il tempo del mondo e ci incastro anche la spesa e la colazione con le amiche. Prima, lavorando da casa, la fascia lavorativa più gettonata era dalle 22.30 alle 2. Ora (le 2!) in cui normalmente il Baby Sauro si sveglia costantemente per qualche motivo a me ignoto. Poi alle 5 tocca a suo fratello, con le richieste più assurde, tipo “perché le mamme non hanno i baffi?” o “Ma tu sai dov’é quella macchinina verde che avevamo trovato in quel distributore automatico in Michigan nel 2012?”. Che nelle le mie notti non ci si annoia mai. Però almeno di giorno c’é ordine e disciplina. (E tempo per i riposini, volendo)
  4. Lei é meravigliosa e giovane e può fare pisolini di 20 minuti mentre il Baby Sauro dorme e non svegliarsi con la carogna come capita a me se dormo meno di 2 ore di fila. Canta bene, legge i libri in inglese con pronuncia perfetta (ovviamente) e i bambini la adorano. Quindi lasciarli con lei non è mai un peso. (ammesso che riuscire a liberarsi dei figli in qualsiasi situazione possa essere considerato tale!)
  5. É americana, quindi qualsiasi cosa di italiano le dia da mangiare, lo trova delizioso. Nessuna ansia da prestazione da dover cucinare le lasagne a pranzo perché poi “non mi mangia”.
  6. É americana quindi possiamo entrambe passare 24 ore in pigiama struccate senza che nessuno venga giudicato.
  7. É americana quindi io faccio esercizio. E il Sauro ha ripreso l’inglese come non avesse mai smesso di parlarlo. E il Baby Sauro schiocca baci sia che gli si dica Bacio che Kiss.
  8. É americana , quindi é a conoscenza di argomenti basilari come gli avanzamenti sulla detenzione di Teresa Giudice o il perché hanno sospeso il programma tv Here Comes Honey Boo Boo. E possiamo parlare di quanto ci mancano le ciambelle glassate e i frappuccini e le patatine al lime.
  9. Ho sempre qualcuno con cui dividere un bicchierino di rosso pre-cena senza sentirmi Bree Van De Kamp (nel periodo casalinga segretamente alcolizzata moglie di Kyle MacLachlan).
  10. Posso finalmente uscire a cena con gli amici. Senza pannolini e omogeneizzati in borsa. Senza sapere a priori dove andremo. Senza dover chiedere se c’é il seggiolone. E se proprio voglio una botta di vita, possiamo anche concederci una birra al pub dopo. (Cosa che ho fatto, pagandone le conseguenze per una settimana…)

Oh, trust issues.

Così mancano sei settimane al nostro rientro definitivo in Italia. Definitivo per ora, dico, che le vie del Signore, si sa, sono infinite. Comunque per ora prendiamo baracca e burattini o meglio un contanier e tanti pezzi di vita e torniamo nel Bel Paese. Ovviamente fino ad ora la cosa é stata affrontata nell’unico metodo possibile: tamponare le emergenze e per tutto il resto, gattini. Tanto più che sabato ce ne andiamo tra Florida e Caraibi per 10 giorni, così per salutare il continente americano. Ultimamente quindi mi trovo a pensare “questo sì che mi mancherà” oppure “questo non mi mancherà per nulla”. E con la prima affermazione intendo principalmente l’efficienza delle strutture pubbliche, il verde verde, la muticulturalità, gli amici, l’assenza di giudizio da parte di chiunque (almeno apparente, ma comunque meglio che essere squadrati da capo a piedi dagli sconosciuti in Italia) e soprattutto Target. Mentre per la seconda, senza alcun dubbio, il clima.

La cosa che più mi mancherà in assoluto sono sicura sarà il Servizio Clienti. Qui il cliente ha sempre ragione, nella misura in cui non viene messo in dubbio, mai, che la sua lamentela possa essere mossa da motivi non nobili. In poche parole il cliente non se ne approfitta e se sta riportando un dito della bottiglia di vino che ha comprato é perché davvero ne ha dovuti bere cinque/quinti per accorgersi che era cattivo. O meglio questo é il presupposto da cui si parte per migliorare la tua esperienza di acquirente. Ovviamente qui esistono per la stragrande maggioranza esercizi commerciali enormi che possono permettersi di farsi fregare un pochino purché tu continui a comprare da loro invece che dal loro concorrente. La stessa cosa non potrebbe probabilmente funzionare per i piccoli esercizi a conduzione privata dove ogni singola bottiglia di vino venduta contribuisce effettivamente al ricavo dello stipendio.

A parte questo però, dare fiducia al cliente funziona esattamente come dare fiducia ad un ragazzo diciottenne, invece che guardarlo a vista e spiare le sue email: ci sarà chi se ne approfitterà, chi farà qualcosa che davvero non deve fare ma soprattutto ci sarà chi si sentirà inorgoglito e si comporterà come di deve in modo da non perdere la fiducia acquisita. Per i clienti é lo stesso: io parto dal presupposto che tu non mi freghi e che sei in buona fede, e tu di conseguenza non avrai nessun motivo per volermi fregare.

L’altro giorno ad esempio sono andata da Target appunto a comprare dei regali per  i bimbi di un’amica che avrei visto a Toronto. Come succede sempre in quel negozio (qui una lista dettagliata di quello che succede ad ogni donna da Target, sempre ), sono entrata per comprare due cose e sono uscita con tre borse. O meglio due perché una, non so se per distrazione mia o del cassiere, é rimasta lì. Quando sono arrivata a casa mi sono accorta che mancava qualcosa, ho appuntato sullo scontrino quello che mi ero persa ed ho chiamato il negozio. Mi han fatto parlare con il cassiere, che é stato facilmente reperibile perché uguale uguale ad André Leon Talley, senza la cappa e lui mi ha detto che la borsa non c’era (probabilmente presa dalla signora dopo di me, per cui il discorso sulla fiducia agli adolescenti non calzava un granché…) ma di passare in negozio appena potevo che avremmo visto come fare.

Il giorno dopo mi son presentata con i due Sauri al Servizio Clienti (ci sarebbe un altro capitolo da scrivere sul perché mai mai entrare da Target con i bambini pena il prosciugamento del plafond della carta o in alternativa sceneggiati napoletani alla cassa – ma non potevo proprio far diversamente visto che saremmo partiti per il Canada subito dopo) ed ho spiegato il mio problema mostrando il mio scontrino nel quale avevo segnato le cose che mi mancavano: tre magliette, un pacco di Lego Mixels e quattro yogurt. Mi han detto di andare a riprendere le cose che mi mancavano e tornare alla cassa e così abbiamo fatto e ci hanno ridato tutto, gratis.

Avrei potuto dire che mi mancavano 24 dollari di latte in polvere, per dire, che stavano sullo stesso scontrino e me lo avrebbero ridato senza problemi e invece proprio per questa questione del tu ti fidi di me e io non ne approfitto, ho riportato a casa solo ed esattamente il mancante. Che era quello che volevo alla fine.

(Piú uno zaino si Spiderman, una maglietta dei Minion, due confezioni di salsa di mele e un pacco di Oreo ai lamponi… ma questa é un’altra storia!)

So pop your Pérignon.

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Di recente abbiamo iniziato a partecipare ai primi compleanni dei compagni di scuola del Sauro. A quanto pare non é che nessuno ci volesse perché eravamo strani, ma semplicemente i compleanni “pubblici” qui iniziano a farli dai 4 anni, e infatti adesso siamo subissati di inviti. Nella terra del “tutto facile” anche i compleanni sono organizzatissimi, scanditi da una routine ferrea e ovviamente molto impersonali.

I compleanni italiani, soprattutto per le mamme, sono dei tour de force. Non si sa mai bene quanti bambini parteciperanno perché agli invitati potrebbero aggiungersi fratelli piccole e sorelle grandi. Quante delle altre mamme decideranno di fermarsi? Devo preparare del prosecco, just in case? E soprattutto, data l’ora di inizio, quando finalmente si riuscirà a salutare anche dell’ultimo invitato e a ritrovarsi a pulire pizzette dai muri e a togliere carta di regalo da sotto il divano?

I compleanni americani invece sono una catena di montaggio. Allegra, gioiosa, divertente quanto vuoi, ma assolutamente super organizzata in ogni sua parte. Innanzi tutto, salvo rarissime eccezioni (noi), nessuno si sogna di fare il compleanno a casa propria. A farsi versare il succo di frutta sulla moquette o colorare le pareti della cucina. C’é anche da dire che qui i posti adibiti alle feste di compleanno si sprecano. E alcuni sono davvero bellissimi. Centri gioco al chiuso, parchi pubblici con tettoie adibite alle feste, campi da football per bambini e SPA dedicate alle bimbe in cui farsi fare mani/pedi e maschera con le amiche. Pizzerie che ti fanno impastare la tua pizza per poi cuocertela. Gite in canoa sul lago. Piscine. Tutti organizzano feste di compleanno per il pubblico pagante.

E poi i gonfiabili, che al genio che li ha inventati bisognerebbe dare il nobel per aver reso vivibili le domeniche di pioggia dei genitori di tutto il mondo. Ovviamente i gonfiabili americani sono decisamente più enormi di quelli di Ospedaletti e, così come i parchi giochi, assolutamente anche a misura di adulto. Non ho idea se davvero perché debbano resistere al peso della dodicenne messicana imbottita di fajitas o se perché hanno pensato ai genitori del bambino piccolo (o fifone nel mio caso) che non vuole scendere da solo dallo scivolo e per aiutarlo si trovano col culo incastrato a metà dello scivolo coperto, comunque io a scendere a rotta di collo dallo scivolo gonfiabile di 15 metri a pendenza 180 gradi, mi sono divertita da matti!

Quindi, eccovi la cronaca di un compleanno tipico, ai gonfiabili, tema Power Rangers:

Innanzi tutto l’invito arriva come al solito un paio di mesi, prima, la risposta deve arrivare almeno 15 giorni prima. Assolutamente in tempo per dimenticarsi di entrambi, conferma e party e trovarsi 5 minuti prima a girare compulsivamente per Toys r Us alla ricerca del regalo perfetto. La busta, la carta da pacco e il biglietto. Noi facciamo sempre dei regali belli, anche perché il Sauro ne ha sempre ricevuti di meravigliosi, diciamo di budget 30/40$ che é più o meno anche la media degli altri. I nonni e parenti vari invece a quanto pare sono abituati a fare dei regali orrendi. Un pacco di pastelli a cera. Un supereroe immobile. Un paio di calze di Batman. Credo che dipenda dal fatto che qui fan tutti figli come conigli e tra compleanni, Natali e poca pensione, bisogna fare economia…

Ovviamente il compleanno ha un orario di inizio e uno di fine. Che non é indicativo: é quello. Dalle 4 alle 6, nella fattispecie. Arrivati nel capannone che ospita i gonfiabili, si viene ricevuti da una hostess, si dice il nome del festeggiato e si lascia il regalo in una scatola a rotelle, con tutti gli altri. Dopo di che si viene introdotti nel girone infernale dei compleanni saltellanti: una stanza gigante piena di gonfiabili, bambini che urlando, genitori che per lo più si ignorano (che strano…) e addetti che fotografano il tutto. Le scarpe vengono lasciate  in una scarpiera, anche questa a rotelle.

I bambini quindi incominciano a scatenarsi, rincorrersi e saltare. Il mio in particolare anche a piagnucolare che a paura di salire sugli scivoli più alti, mentre viene scavalcato da duenni cuor di leone. I fratelli sono pochi e assolutamente pre-annunciati. Come ho imparato sulla mia pelle, se vuoi portare un fratello ad un compleanno, innanzi tutto chiedi il permesso, scusandoti perché proprio proprio non puoi fare altrimenti e poi farai due regali, in due pacchetti diversi, uno da parte di ogni bambino. Infatti il Baby Sauro non c’era, anche se Erre ha cercato di appiopparmelo all’ultimo per andare a giocare a golf che “ma si, figurati, alle feste di compleanno tutti son benvenuti.” No, caro. Non qui.

Dopo una mezz’ora di saltellamenti quindi, suona una campanella e bambini, scarpiere, padri reticenti e scatole con i regali a rotelle vengono sospinti nella stanza successiva. E si ricomincia. Il tutto finché non si arriva all’ultima stanza: i bambini vengono messi in fila per le foto di rito col festeggiato, arriva il Power Ranger in carne, ossa e tutina acrilica attillata a far vedere i muscoli e abbracciare i mocciosi ormai super eccitati e esausti, dopodiché ci si rimette le scarpe e si aspetta in fila di entrare nell’ultima stanza dove ci saranno torta e regali. Ogni bambino, prima di entrare, verrà invitato a passarsi nelle mani il famoso antibatterico americano, quello che qui si trova ovunque, dall’uscita delle giostre, al reparto carrelli del supermercato ad ovviamente gli ospedali e le scuole. Quello che io all’inizio ero abbastanza scettica a far usare così smodatamente, ma poi visto che mio figlio in due anni e mezzo di asilo dodici mesi su dodici ha saltato tipo tre giorni di scuola per malattia, adesso trova in me una fan sfegatata. Che sia quello, le vaccinazioni o solo culo, non lo so, ma meglio non sfidare la sorte.

L’ultima mezz’ora quindi si svolge in una stanza che finalmente ha le finestre e nessun posto su cui saltare, panche e tavoli da pic-nic sono stati apparecchiati con piatti e palloncini a tema. I bambini vengono sfamati a suon di pizza e patatine, sui televisori alle pareti si proiettano le foto che sono state fatte durante la festa, naturalmente acquistabili per venti dollari. Il Power Ranger fa accomodare il festeggiato su un trono (anch’esso gonfiabile) e gli passa i regali, con tanto di real annunciazione , del nome del donatore. Torta di polistirolo, canzoncine di rito, favours (che poi sarebbe un sacchettino pieno di regalini da parte del festeggiato, come ringraziamento) e alle 6 in punto tutti a casa.

Niente Fanta appiccicosa sul pavimento di casa, niente scenate “Ancora cinque minutiiiii”, tutto funziona come una macchina ben oliata e soprattutto nessun fuori programma. That’s the American way! (E dal prossimo compleanno io ne perderò sicuramente spunto…)

It’s a helping hand that makes you feel wonderfully bland.

Roger é il nostro padrone di casa. Questa é la sua casa, in effetti. L’ha costruita come la voleva lui e ci ha abitato con la moglie, finché lei non é morta di cancro.

La moglie di Roger, sebbene sia morta da una decina di anni, qui tra i vicini se la ricordano tutti. Persino le mie due vicine, quella di destra, caciarona e perennemente in costume da bagno (avendo il fisico di Platinette) e quella di sinistra, orientale, elegante come una farfalla e riservatissima, che tra di loro si odiano, mi hanno invece parlato benissimo di lei. Mi hanno raccontato di come non potesse avere figli e di quanto questo l’abbia resa tremendamente infelice, ma non abbastanza da non giocare per ore in piscina i bambini della vicina di destra. E mi hanno detto quanto amasse il giardinaggio. Effettivamente il nostro giardino, dopo dieci anni di incurie é ancora bellissimo. Da aprile a novembre, ciclicamente, spuntano fiori diversi che una settimana prima manco sapevi fossero lì, abbiamo delle camelie da togliere il fiato e due alberi di mele ed una distesa sterminata di mughetti. Certo se invece del gigantesco giardino roccioso ci fosse stata una bella piscina, noi avremmo preferito, ma almeno il Sauro grande ha avuto la sua foresta personale, in cui perdersi a giocare.

Roger invece é una di quelle persone che quando le vedi vorresti abbracciarle e dirgli che andrà tutto bene. Parla della moglie con un amore infinito e gli occhi tristi. É esattamente uguale a Walter Matthau quando fa L’Irresistibile Brontolone. Si vede che gli manca qualcosa e quel qualcosa é la sua prima moglie. Perché certo, si é risposato, che qui siamo in America dopotutto.

É vestito uguale tutto l’anno, dai meno trenta ai più quaranta: jeans, scarpe da ginnastica e felpone, relativamente luridi. Ha origini Olandesi e in effetti sembra proprio uno di quegli olandesoni Hooligan che vedi alle partite dell’ Ajax. É un ingegnere in pensione, che é stato ai gran premi quando correvano Mansell e Senna e a Maranello e parla un po’ di italiano e il suo hobby principale é restaurare una Ferrari degli anni sessanta. Lo fa da più di dieci anni e quando/se mai sarà finita, varrà una fortuna. Infatti é un’uomo dalle mani sante. E su di me, che ho un marito che con tutto che sa fare le linguine alle vongole più buone del pianeta, non é proprio un amante del bricolage, questo ha un’attrattiva infinita. Ha aggiustato il gabinetto con la stessa maestria e leggiadria con cui pota le aiuole o sistema la caldaia. Ogni qualvolta abbiamo avuto un problema in casa, lui é arrivato e l’ha sistemato in un batter d’occhio. É ormai così tanto il nostro angelo custode che di recente, quando eravamo in albergo e non funzionava la tv, il Sauro ha suggerito di dire alla reception che chiamassero lui!

È l’uomo più buono e accomodante che io abbia mai conosciuto ma io ed Erre, suo malgrado, l’abbiamo trasformato nell’Uomo Nero: ogni qual volta il Sauro veniva sorpreso a tentare di colorare la moquette o scrivere sui muri o andare con il triciclo sul parquet si minacciava di chiamare Roger, tanto che, per un periodo, ogni volta che entrava in casa, il Sauro andava a nascondersi sotto il letto. Non che a lui dispiacesse credo. Ho come il sentore che non sia proprio un amante dei piccoli umani, nonostante tutto. Il Sauro invece ultimamente lo adora: quando lui lavora in giardino pretende di uscire ad aiutarlo nonostante Roger lo ignori. Non che lo maltratti, semplicemente si comporta come se lui non esistesse. E il Sauro invece se ne sta lì a seguirlo come un cagnolino, a consigliarlo sul come potare le siepi, a fargli vedere le sue nuove pistole ad acqua, senza mai ottenere risposta ma neppure uno sguardo. Eppure a lui non sembra importare.

La strana coppia.

We’re off to see the wizard, The Wonderful Wizard of Oz.

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Prima di abitare negli Usa, gli eventi atmosferici erano solo un noioso contorno alla giornata. In Piemonte poi, fa lo stesso tempo per almeno una settimana di fila, che sia pioggia o sole, quindi dopo il primo giorno c’é ben poco da discutere. Gli americani invece, come ben si sa, adorano parlare del tempo; un po’ perché é un argomento neutro, dove non si rischia di offendere la sensibilità di nessuno, un po’ perché, diciamocelo, ne  hanno da dire. Il Michigan in particolare é famoso per avere quelle giornate che loro chiamano four seasons in a day, ovvero quattro stagioni in un giorno, e non parlano della pizza! A me molto spesso, in primavera ed autunno, capita di accendere il riscaldamento e l’aria condizionata a poche ore di distanza. Merito anche delle case coibentate con i pop corn, credo. Quindi di inverno fa freddo, fino a meno quaranta come ho provato sulla mia pelle e d’estate fa caldo, anche fino a quaranta gradi. Caldo e umido che Bangkok al confronto sembra Varazze. Poi ci sono le stagioni intermedie, che sono brevi ed anche piacevoli. Soprattutto perché esplodono fiori, colori, animali (quelli non esplodono, se non forse i cervi nella stagione della caccia e gli opossum che attaccano i bidoni dell’immondizia del vicino sbagliato) e cieli pazzeschi, che qui negli Usa é tutto più grande, non solo le bottiglie di Pepsi. Da quando siamo qui abbiamo imparato a familiarizzare con espressioni come: tempesta di neve, temporale violento, allarme allagamento, caldo tropicale, che dette in inglese fanno ancora più paura tra l’altro. Ma oggi, per la prima volta, l’allarme é stato quello da me piú temuto: tornado.

Quando vivi in Italia i tornado sembrano robe lontanissime, che appartengono più al Mago di Oz che al mondo reale, mentre qui esistono eccome, e dove passano rasano tutto al suolo. Tanto che io ho ricevuto più di un opuscolo e anche istruzioni verbali sul cosa fare in tal caso. Certo sono più comuni al Sud, in Arkansas per esempio, ma anche in Michigan ci sono stati, ed han fatto più di un morto. Anche le tempeste di neve e gli allagamenti certo, ma quello che mi spaventa più di tutto, dei tornado e che sono imprevedibili e letali. Poi ammetto che anche l’aver letto, di recente, questo articolo, in cui una madre ha pubblicato gli ultimi sms col figlio che chiuso nel bagno aspettava l’arrivo del vortice, non ha aiutato a diminuire il pathos. Infatti non leggetelo. Che non c’é mica il lieto fine. Io vi ho avvertito eh.

L’allarme é arrivato nel primo pomeriggio, via sms dal servizio allerta nazionale, quello che ti avverte se ci sono pericoli imminenti nella zona in cui é il tuo cellulare. Non so come facciano e no ci tengo a saperlo, ma funziona anche se il più delle volte l’allarme é ampiamente sopravvalutato. Nel senso che se non decidi di andarti a fare una passeggiata nei boschi o una nuotata nel lago, sei tranquillo. Peccato che oggi sul telefonino sia apparsa la parola tornado e che Erre fosse appena partito per l’aeroporto in viaggio di lavoro mentre il Sauro grande era a scuola. Quindi mi ritrovavo sola. Io, il Baby Sauro e l’allarme. E le amiche con cui chattare, per fortuna. Ognuna nel suo basement. Ho iniziato a guardare Fox News, relativamente tranquilla, ma i toni del commentatore, che aveva interrotto tutte le altre trasmissioni per dare notizie sul da farsi, erano decisamente allarmanti. Per un po’ é stato abbastanza il panico, che non si capiva bene se il vortice c’era e quanto era potente e soprattutto dove cavolo stesse andando. Il commentatore era davvero in paranoia e mi stava trasportando con sé. Poi ho girato su ABC e il tizio nuovo aveva toni decisamente più pacati. Quindi, cara Fox Tv di Detroit, porcacciadiunamiseria, magari la prossima volta evita di far condurre il programma da uno che ha la fobia dei tornado. Non per essere razzisti, va benissimo uno che ha paura dei ragni o dei piccioni ma il tizio di oggi, lascialo a casa, nel seminterrato con la pentola della pasta in testa, come consigliano qui.

Quindi per un paio d’ore siamo rimasti io, il Baby Sauro e la tv, a fissare quelle nuvole rosse sul radar, a sentire i consigli, a chiederci che cosa ne sarebbe stato del nostro orto, piantato ieri di fresco. Pioveva si, ma qui quando piove piove, non quella roba da femminucce londinese, per dire. Ad un certo punto ha anche smesso e mi son chiesta se fosse quella la famosa calma prima della tempesta. E poi, chi lo sa se davvero piove quando c’é un tornado? Non c’é vento e basta? Devo rivedere il film, benedetto Bill Paxton… Poi hanno riniziato ad arrivare nuove allerte, per la nostra zona, che il tornado iniziale aveva per fortuna virato verso nord. A quel punto mi son trovata nel mezzo della scelta peggiore che una madre (sola in un paese straniero) possa fare: esco in macchina, col Baby Sauro al seguito, rischiando di metterlo in pericolo per andare a prendere il Sauro grande oppure lascio il Sauro grande a scuola, che in teoria dovrebbe essere un luogo sicuro e aspetto che passi? Davvero avrei potuto aspettare lontana da uno dei due bimbi? Ovviamente no, e chiunque ha un figlio, un cane o un amico del cuore, lo sa benissimo. Quindi ho controllato che il brutto brutto brutto dovesse arrivare alle 5. Erano le quattro e mezza, avevo mezz’ora per fare tutto, ho infilato il Baby Sauro ignaro e anche un po’ affamato in macchina e siamo partiti per la scuola, pregando si star facendo la scelta giusta.

Usciti dal nostro quartiere residenziale ho visto anche un cretino che faceva jogging e mi sono tranquillizzata. Una cosa é stare davanti alla tv a leggere notizie catastrofiche, un’altra é uscire, vedere che c’é vita là fuori, constatare che piove ma si é visto di peggio. Quindi sono arrivata a scuola, col Baby in braccio, relativamente tranquilla. (Siamo onesti, dico relativamente perché ho dovuto tentare sei volte il codice della porta di entrata prima di farlo giusto.)

Una volta nel corridoio delle classi ho visto tutti i bambini e le maestre seduti per terra. E ammetto che é stato panico.Un po’. E anche senso di colpa. Una cosa é immaginarlo, un’altra entrare in un luogo che ti é famigliare, dove lasci tuo figlio a cuor leggero, e renderti conto che probabilmente avrebbe potuto essere in pericolo anche lì. Avrei potuto andare prima, avessi sospettato. Mi han detto essere procedura standard ma comunque l’atmosfera non era rilassata neanche un po’. Il Sauro dal canto suo era allegro e blaterante. Mi si é avvicinato correndo, brandendo la sua calcolatrice delle Ninja Turtles che usa come finto telefono, dicendomi che aveva chiamato Batman. E Superman. Non credo abbia ben capito perché era finito nel corridoio seduto per terra a farsi leggere Caps For Sale (gran libro tra l’altro, il Sauro e i suoi compagni lo adorano!). Comunque é stato contento di venire a casa con me.

Piano piano sotto quintali di acqua, siamo tornati a casa. Piano piano ha smesso di piovere a dirotto e noi ci siamo stufati di guardare le nuove rosse alla tv e abbiamo girato su Phineas and Pherbs. Poi il Baby Sauro si é fatto un pisolino e noi abbiamo giocato ai Lego. E siamo sopravvissuti alla nostra prima allerta tornado.

Comunque una cosa l’ho imparata: non mi lamenterò mai più dei quindici giorni consecutivi di pioggia a marzo in Piemonte.

Every little thing is gonna be alright.

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E così, per sfuggire al terribile inverno del Michigan (che persiste a durare da fine ottobre), ci siamo rifugiati una settimana in Jamaica. La meta é stata scelta essenzialmente basandoci su tre criteri essenziali: il volo diretto, da Detroit, possibilmente con orari non troppo disumani e di durata accettabile; resort all inclusive, ma di quelli veri, dove tutto tutto é incluso, dal rum al baby club e ovviamente caldo, palme, mare cristallino.

Quindi, caricati pannolini, creme da sole, palette e secchielli, magliette da bagno, orsi per la nanna e tutta quella serie di amenità che distingue una vacanza da adulti – costume/pareo/infradito – da una vacanza con mocciosetti al seguito e soprattutto caricati chili di cibo per il Baby Sauro che procede come un treno con lo svezzamento ∗ e mangia come un piccolo lupo affamato alla faccia di suo fratello anche detto Posh Spice, siamo partiti.

Della Jamaica in sé, ahimè, abbiamo visto poco che viaggiare con un tre-enne e un cinque-mesenne ha comunque i suoi limiti, quindi niente catena umana per salire in punta alle Dunn’s Riever Falls, niente discesa col bob giù in mezzo alla foresta, niente bagno con i delfini e soprattutto niente photogallery di me che uscivo dalle acque come Honey Ryder/Ursula Andress (col fisico di Ursula della Sirenetta, però) nel James Bond Dr. No, sulla spiaggia in cui hanno girato il film, che era proprio lì a due passi. So che avreste gradito. In compenso ho visto il verde più verde che esista dei prati e degli alberi, visto un sacco di uccelli pazzeschi, scoperto che se noi hai una capretta al guinzaglio fuori di casa non sei nessuno e che in Jamaica si guida al contrario, come in Inghilterra. E anche che il jamaicano non ha niente a che vedere con l’inglese. Cioé in teoria si, ma in pratica é tutto uno slang biascicato loro waaaasssupppppmaaaaaannn e yooooobbudddddddyyy, che ti sembra di prenderli per il culo ma in realtà loro parlano così sul serio.

I jamaicani sono sempre felici e allegri e canterini. Le ragazze che gestivano il kids club sono diventate delle mamme per il Baby Sauro dopo il primo giorno e se lo spupazzavano adoranti chiamandolo My Boyfriend mentre io bevevo piñacolada in piscina. Il fatto che il villaggio fosse uno dei tre nei Caraibi che ospita i personaggi di Sesame Street poi é stato un super plus per il Sauro grande, che una cosa é lasciarlo in piscina con la maestra, un’altra sugli scivoli acquatici il Cookie Monster all’urlo di Coooooowabunga! Quindi per qualche ora, io ed Erre ce ne siamo stati soli, a godercela, come non capitava almeno da tre anni e mezzo. Un paradiso. (Nonostante abbia testato sulla mia pelle l’innegabile verità, che i genitori, senza figli, passano il tempo a parlare dei figli.)

Peccato solo che i maschi jamaicani siano abituati alle comitive di donne che vanno lì per divertirsi (con loro, intendiamoci… Una sorta di turismo sessuale al femminile, qui un articolo con i miei complimenti all’autrice per la scelta del titolo) quindi ogni qual volta mi trovavo sola, entro cinque minuti mi vedevo arrivare il maschio di turno che faceva vagamente il marpione. Niente di che, davvero, anche perché appena subodoravano che non eri interessata, si dileguavano con profusione di sorrisi. Ma alla lunga é un po’ pesante, soprattutto se davvero non hai altro desiderio che stare mezz’ora sulla veranda di camera tua a bere birra senza sentire frasi che inizino con: mamma-mamma-mamma.

Quindi dopo sette giorni di paradiso, rallegrati dai nostri amici Red Stripe e Bloody Mary, ce ne siamo tornati, rigenerati e anche vagamente abbronzati, in Michigan. Qui piove e ci sono 13 gradi. Baby don’t worry, about the things.

∗ A proposito di svezzamento, il Metodo Gattini é stato ospite di Mamme all’Estero, proprio per parlare di quello. Leggete qui.