Gonna live while I’m alive. I’ll sleep when I’m dead.

 Sta notte ho fatto i conti. Sono 490 notti che non dormo 8 ore di fila. Neanche 6, se é per questo, ma 8 son quelle consigliate dagli esperti di Glamour e Marieclaire per avere la pelle splendida e i capelli lucidi come l’oro.

Che a dirlo in giro la gente non mi crede. Il BabySauro ha la faccia d’angelo, l’occhio ceruleo, la guanciotta paffutella, il sorriso facile e ahimé, il sonno leggero. Che poi non é mica solo colpa sua poveraccio, anche suo fratello contribusce alle pene notturne, ma la somma di tutto ciò si abbatte su di me e sulle mie notti, senza pietà. Questa notte ad esempio ero reduce da una nottataccia incubo vomitosa del Sauro e, manco a dirlo, sola, e mi son trovata a dover accudire un bambino che, senza motivi apparenti, ha deciso di tenermi sveglia dalle 2 alle 3.30.

Comunque io non ho perso tempo, ed ho stilato un decalogo delle cose che passano nella testa di ogni madre, che non dorme da cinquecento notti:

  1. Innanzi tutto, al primo piantino, si prega. Io divento devotissima della Madonna, di San Giuseppe, di Gesú bambino o di padre Pio. Qualsiasi divinità cristiana o pagana mi passi per la testa é invocata senza indugio. Le provo tutte perché, una volta su 10, il piantino non prosegue, il BabySauro si gira dall’altra e riprende a dormire, con buona pace mia e di tutti gli abitanti dei cieli.
  2. Al secondo piantino, si fanno i fioretti. Dai più banali: “se lo fai smettere (san Gennaro, Madre Teresa, santa Kate Moss), non mangerò più la cioccolata per un mese” ai più articolati: “Ok, se adesso non si sveglia e riesco a dormire almeno fino alle 2.47 da domani inizio la dieta, solo verdura. E vado a correre. E mi iscrivo in palestra, che mi sono già anche salvata il numero del personal trainer. Si, si, lo chiamo e gli dico che voglio perdere 20 kg. Ecco, adesso si che ho la motivazione giusta e poi finalmente potrò entrare in quel bikini di Victoria Secrets che ho comprato e mai messo…” (ovviamente la maggior parte delle volte lui non smette e io mi butto sui Duplo)
  3. L’accettazione. Ok piange. É innegabile. Non é un piantino, non passa, devi fare qualcosa prima che svegli suo fratello. Quindi si striscia fuori dal letto, in piena notte e si raggiunge il lettino, dove si cerca di consolare l’urlatore nella maniera più rapida possibile. Il più delle volte ci si addormenta in piedi. Cosa che io prima di aver figli credevo fosse una leggenda metropolitana e invece mi capita quotidianamente. Mi piego ad L, appoggio la fronte sulla sponda del lettino, porgo la manina al pargolo urlante e cerco di recuperare 30 secondi di sonno. Questa operazione può durare dai due minuti alle due ore.
  4. La blanda lamentela. Tra sé e sé ovviamente, che non c’é nessuno a cui poter esternare le proprie pene. Robe tipo: “Certo che sono proprio sfortunata, io non lo so come faccio ad essere ancora viva. Eh si, dovrei essere morta. Stecchita. Chissà se qualcuno si accorgerebbe della differenza. Certo che una vita così proprio non me la merito. Perché a me? Proprio io, con tutte le sfortune che già mi ritrovo…” [Questa fase può sfociare nell’invio di un sms notturno di insulti al coniuge che dorme beatamente in una stanza d’albergo del nord Europa e che al mattino potrebbe azzardarsi a pronunciare frasi del tipo: “Certo che il mio letto king size con lenzuola di cotone egiziano, i figli a 600 km di distanza, il room service  e la sveglia con gli uccellini non era poi così comodo.”, provocando una crisi coniugale non da poco.]
  5. Quindi segue la rabbia. La furia assassina proprio. Fortunatamente non verso l’urlatore che anche nel dramma resta coccoloso e dice cose tipo Mammaaaaaa con gli occhi a cuore mentre cerca di infilarti il suo ciuccio nel naso. Io in particolare me la prendo con i ladri, i manigoldi e i fuori legge che potrebbero popolare il mio giardino cercando di introdursi in casa. Che dovete sapere io ho un’avversione verso le tende alle finestre, quindi quando vago in giro per casa nel cuore della notte, soprattutto quando son sola, vedo decine di ombre e mi convinco siano estranei che stanno per intrufolarsi nel mio salotto. Quindi prima mi spavento. Poi sono talmente incazzata che inizio a pensare: “Ma se davvero fosse un ladro, sai quante botte si prende? Ho anche la mazza da baseball autografata da Cabrera vicino al letto. Che entri solo e gli faccio vedere io…” e da qui partono una serie di film mentali su di me che maltratto i lestofanti (che spesso hanno le fattezze di un mix tra Rhett Butler e Diabolik). Grazie al cielo niente di ciò é mai capitato al di fuori del mio cervello.
  6. La rassegnazione. A questo punto si é quasi completamente svegli e non si cerca più di addormentarsi. É passata almeno un’ora dal primo piantino e finalmente ci si rende conto che la tecnica “speranze e bestemmie” non basterà. Quindi si prende, per forza di cose, in mano la situazione. Si somministrano sciroppi e supposte, si cambiano pannolini, si prova con l’acqua e zucchero. Si canta, si culla, si stringono manine. Ogni tanto funziona.
  7. Ogni tanto no, quindi si passa alla fase: faccio a pezzi tutte le mie convinzioni, pur che faccia sta cavolo di nanna. Quindi ci si dimentica della pedagogia e si mettono in atto le peggio nefandezze: si danno cucci a bimbi a cui non sono mai stati concessi. Ciucci intrisi di miele o Nutella. O entrambi. Si aprono le porte dei lettoni. Li si lascia da soli in un lettone di quattro metri per quattro mentre si va a dormire sul divano o nel loro lettino con le sbarre da un metro. O per terra. Li si li tengono in braccio, cullandoli saltellando su una gamba sola, cantando e contemporaneamente servendo biberon di ambrosia.
  8. L’ammissione della sconfitta. Ok bambino, hai vinto tu, contento? Possiamo sederci sul letto e guardarci negli occhi. Possiamo giocare e tu puoi fare dei versetti. Puoi saltare sul letto. Puoi infilarmi le dita del naso, cercare di salirmi in testa. Colorare con i pennarelli indelebili sulla mia fronte. Sono totalmente soggiogata al tuo potere.
  9. La disperazione più totale. Ormai mancano tre ore alla sveglia. Un’altra notte persa. E lui sta continuando a fissare i quadri sopra la vostra testa con gli occhi spalancati. Ti viene da piangere. Inizi a ripensare al giorno più bello della tua vita: quella Pasquetta del 2003 quando ti sei svegliata e il sole stava tramontando sul mare. Avevi dormito tipo per venti ore di fila. Certo che quelli erano bei tempi. Senza figli, domeniche intere in posizione orizzontale. Svegliarsi, mangiare e tornare a dormire. La tua idea del paradiso adesso.
  10. Il sogno ad occhi aperti (ovviamente): e da qui parte un volo pindarico. Inizia con qualcuno (il più delle volte tuo marito) che ti dice: “ti ho fatto un regalo. Puoi andare in quell’hotel questa notte, da sola. Dormi, goditela, ci vediamo domattina.” E ti immaginerai in quel lettone, alle sette e mezza/otto di sera, sprofondata nei cuscini, con davanti 15 ore di sonno ininterrotto. La cosa più bella che puoi immaginare. Niente Caraibi o borse griffate. Una notte in un motel tre stelle nell’interland torinese.

Poi finalmente, ogni volta, quando hai perso totalmente la speranza, il bambino si riaddormenta. Il più delle volte con il pannolino a tre millimetri dal tuo naso o con un gomito che ti punta nelle costole. O entrambe le cose. Ma tu sei troppo spaventata che si risvegli e troppo esausta per fare qualcosa. Quindi ti addormenti così, per quelle successive due ore e mezza di sonno ristoratore che ti separano dalla sveglia. E pensi che prima che tu te ne accorga, saranno adolescenti dormiglioni. Forse.

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You get my respect but we don’t connect, we were in it together so I’ll love you forever.

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In realtà dovrei essere di sopra, al momento, a cercare di capire quanti kg di regali di natale di troppo ho comprato anche questa volta e tentare di stiparli nella valigia del Sauro (madre diabolica + bambino con vestiti piccoli), ma, come ben predico, faccio Gattini e scrivo. Perché qui si è partiti per l’america pieni di sogni di gloria e di poco altro visto che: “Figurati se là non troverai tutto, meglio e pagandolo meno”. Effettivamente si (partendo dal presupposto che qui TUTTO è made in Cina comunque, che a me fa pure un po’ impressione), ma per qualcosa no. Quindi se in questi tempi di crisi, state pensando di abbandonare la barca che affonda (sulla quale, pare, stia tentando di risalire pure il Silvione nazionale, mummificato ormai in un sorriso di terra di siena) e volete intraprendere una nuova carriera import/export, ecco quello che qui manca, e sarebbe piacevole avere:

pannolini che tengano. La pipì di un marcantonio di 13 chili che prima di andare a dormire si beve un biberon di latte (cosa strana qui, probabilmente). Quelli che non lo facciano svegliare alle 4 del mattino, urlando “mamma, acqua”. Cosa fraintendibile tra l’altro, visto che ho passato la prima settimana a portar da bere al Sauro che faceva lo sdegnoso. In italia, un Pampers Sole/Luna, anello più basso della catena pannolinica di marca, svolgeva egregiamente la sua porca funzione. Qui un Huggies super power a tripla tenuta istoriato con scene di Cars che si illuminano al buio, e indicatore di “troppo pieno” (non scherzo), da 10 dollari al pacco piccolo, tiene si e no sei ore.

biberon grandi. E per grandi intendo non quelli mini da neonati. Quelli da 33 ml, come le lattine di cocoacola. Qui al compimento dell’anno gli tolgono ciuccio, biberon e pannolino, privandoli anche un po’ del diritto all’infanzia e di bere il bibe davanti ai cartoni prima di andare a dormire. Caposaldo della cultura occidentale. Qui c’è la sippy cup. Di tutti i colori, le forme e i personaggi Disney. Che però non è la stessa cosa, con quel beccuccio di plastica rigida. C’è anche da dire che bevendo latte ad ogni pasto, alla sera probabilmente ne hanno abbastanza, loro. Noi no. Quindi centelliniamo i biberon dall’italia in attesa che qualcuno sbarchi con la grande novità.

i ciucci di caucciù, e lo so che parlo solo di cose bambinesche, ma sono le Sauronecessità quelle che mi premono di più. Comunque qui esistono solo i ciucci di plastica, anche questi di ogni forma e colore e personaggio Disney. Niente ciucci interamente di gomma morbida, che sono i migliori che vostro figlio ha l’abitudine di dormire a pancia un giù e non volete trovargliene un paio incastonati tra le costole al mattino. Sono talmente rari che l’altro giorno ne abbiamo (e con abbiamo intendo mio marito, ovviamente) perso uno davanti a scuola. Nell’istituto del Sauro ci saranno, per dire 50/60 bambini in età da ciuccio. Bene, il giorno dopo la sua maestra ci dice che avevano trovato il suo ciuccio nel parcheggio. Io ringrazio e poi chiedo come avevano fatto a sapere che era proprio suo. Lei mi risponde che lui è l’unico che usa questi ciucci antichi. Proprio così, ha detto. Old fashion. E questa, dopo che l’altro giono una commessa di Forever XXI mi ha chiesto se venivo dalla Bulgaria, va ad allargare le fila dell’autostima degli italiani nel mondo.

i biscotti Plasmon o qualsiasi altro biscotto si sciolga nel latte. Ma poi forse non passano dai buchi della sippy cup. O i bambini diventano obesi. Mentre le gelatine di Spongebob sostitutive di due porzioni di frutta giornaliere, quelle sì che sono una mano santa.

– i pigiami di cotone. O anche solo le lenzuola, che tra l’altro vengono vendute per tali, ma se escono dall’asciugatrice perfettamente stirate, al contrario di quelle Bassetti che ho portato dall’italia, a me la questione non torna mica tanto. L’altra sera sono andata a controllare il Sauro nel suo lettino, prima di andare a dormire e girandosi ha fatto così tante scintille che credevo che il nuovo pigiama fosse pirotecnico! La stessa cosa vale per le tute. Perchè non mandi tuo figlio a scuola anche tu con una bella tuta di pile, soprattutto quando l’escursione termica tra il dentro e il fuori è di 30 gradi, Celsius?

E poi ovviamente lo yogurt che sa di yogurt e non di budino alla fragola, formaggio che sa di formaggio e non di plastica, prosciutto cotto che effettivamente un tempo sia stato un maiale e pollo che non puzzi di morte. E poi non dite che non do mai buoni consigli! 🙂